Divine Fits – A thing called Divine Fits

Supergruppi li chiamano, ma il più delle volte queste unioni di intelligenze creative non portano a nulla che non sia una banale sommatoria di individualità. Manca, in molti casi, il cemento, un po’ perché magari trattasi di operazioni fatte per superare un momento di stasi artistica e un po’ perché, inevitabilmente, personalità tanto forti non riescono a convivere. La «cosa chiamata Divine Fits» nasce dall’incontro di Britt Daniel degli Spoon, Dan Boeckner di Wolf Parade e Handsome Furs, e Sam Brown dei New Bomb Turks. Dunque, a tutti gli effetti, un supergruppo (indie). Rispetto ad operazioni analoghe, però, il trio ha la consistenza di una vera band: non un pugno di ego ipertrofici costretti alla coabitazione, ma musicisti coinvolti in un progetto con una sua direzione, una sua identità. Certo, data la caratura delle carriere interessate, qualche richiamo al passato è inevitabile. Nel complesso, però, Daniel e Boeckner (autori di tutto il materiale, fatta salva una cover di Shivers dei Boys Next Doors) trovano una formula che sintetizza e supera quanto fatto con le formazioni di appartenenza.

Le undici ballate suonano tese, inquiete, animate da pattern ritmici martellanti, tra Suicide (What gets you alone) e Kraftwerk (The salton sea). Tastiere e chitarre elettriche convivono alla perfezione, geometriche eppure capaci, come nel caso di For you heart, di affrescare scenari inquietanti e melodrammatici. Gli anni ’80 si respirano a pieni polmoni (My love is real, Flaggin’ a ride, Baby get worse), abilmente filtrati da una sensibilità Nineties (Shivers) che impedisce di scadere nell’imitazione pedissequa. E così, tra new-wave gelida (Neopolitans, memore forse dei Wire), slanci folkie (la sei corde acustica di Civilian stripes, rigorosamente metronomica) e vaghi sentori stonesiani (Would that not be nice), si consuma la parabola di un disco che fa della naturalezza (nel senso di facilità d’incastro tra istanze diverse) la sua arma principale. Certo il cuore non è proprio l’organo guida qui, ma tant’è: come primo passo, A thing called Divine Fits è decisamente niente male.

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