Se in Inghilterra parli di una band chiamata Archive, è molto probabile che gli autoctoni ti guardino confusi, pensando magari ad un fraintendimento linguistico. È un fatto curioso: per quanto inglesissimo, e nonostante sia in giro dal 1996, il collettivo guidato da Darius Keeler e Danny Griffiths rimane tuttora sconosciuto in patria e discretamente popolare nel resto d’Europa. In effetti, ripensando al reale valore della proposta artistica del combo, quanto raccolto sembra sempre troppo poco. La personale miscela di trip-hop, rap, progressive e post-rock, declinata in toni struggenti e con un gusto classicheggiante, ha consentito agli Archive di produrre alcuni ottimi album, dall’esordio di Londinium (1996, il più vicino al sound dei Massive Attack) ai “classici” Lights (2006) e Controlling crowds (2009), ma il successo (di pubblico e critica) non è mai stato esaltante. Vista la qualità, le ragioni di un entusiasmo tanto contenuto sono da rintracciare probabilmente nella stessa natura della musica della band, nella sua tavolta parossistica stratificazione di spunti sonori eterogenei, in grado di far perdere la bussola (e la pazienza) anche ai più smaliziati. Il crinale è di quelli pericolosi: se sei in forma, una simile commistione risulta decisamente spettacolare, ma se qualcosa non va, il rischio di produrre un patchwork confuso e un pizzico autoindulgente è elevatissimo.
Per l’appunto, With us until you’re dead cade nella seconda casistica. L’intenzione era quella di realizzare un pugno di love song che non rinunciassero alla radice sperimentale della scrittura del collettivo. Messo da parte (temporaneamente) il rap di Rosko John e recuperata un pizzico d’energia rispetto ai predecessori, l’undicesimo lavoro degli inglesi suona però più come un fantasioso guazzabuglio che non come un unicum organico. Sulla credibilità del grime di Violently, che le vocals della nuova arrivata Holly Martin rendono ancora più intenso, pesano quegli archi che si fanno largo gradualmente fino a conquistare tutta la scena, ora inopinatamente rasserenata. Una debolezza intrinseca mina Interlace, come se la melodia fosse subordinata all’urgenza di accatastare accenti funky, tribalismi e una coda epica farcita di chitarre distorte. Twisting cita Fever, e dunque indulge ad un impasto di jazz e blues industriali, ma anche qui si pecca di concentrazione: troppe idee e tutte assieme, e il risultato è un’esplosione liricheggiante stile-Muse. La veemente filastrocca condotta a passo di boogie di Hatchet trova forse un po’ di equilibrio, pur nella varietà estrema dei materiali che ingloba. «If I had a pistol, it’d be yours to have / You can shoot me in the head, blow a hole in my back» recita il testo, e questo ci fa capire come, pur nella disamina del rapporto amoroso, la scrittura degli Archive non abbia perso quella tipica violenza intrinseca, psicologica, che aleggia sensuale e dolorosa su tutte le partiture («When I close my eyes / I think of how you died / Died in me / So violently / Quietly», da Violently). Interessante anche il martellamento ritmico di Conflict, costruita intorno al breakbeat techno (Prodigy docet) che animava anche la coda della precedente Stick me in my heart, per il resto una ballad ariosa ma un po’ sbiadita, dalle tentazioni estatiche. Rise chiude il cerchio all’insegna dell’ottimismo (della serie “tutto muore e tutto rinasce”), ma non si può dire che With us until you’re dead suoni, a questo punto, come una promessa rassicurante…
