Four è una pratica che si archivia presto. Si capisce tutto dai primi minuti, anzi secondi: neanche il tempo di infilare il disco nel lettore CD e premere “play”, che le chitarre geometriche di So he begins to lie, a metà strada tra Robert Fripp e i Muse, sommergono con un’ondata di maestoso tedio. La vacuità che si respira è impressionante, aggravata da una pretenziosità che sconfina nel patetico. Alzare il gain delle chitarre poteva essere la panacea dei mali di una band che non ne azzecca più una dal debutto? Ovviamente no. Che poi, neppure Silent alarm (2005) era esattamente quel che si dice un capolavoro, piuttosto l’esercizio modaiolo di quattro tardi brit-rocker infatuati di Gang of Four, Talking Heads, PIL, XTC e compagnia bella. Nu new-wave di seconda mano, onesta nei momenti migliori, plagiatrice ed inconsistente in quelli peggiori (i più). La bolla non poteva che scoppiare, e infatti i seguenti A weekend in the city (2007) e Intimacy (2008) smascherarono la farsa e rivelarono l’agonia di Kele Okereke, Russell Lissack, Gordon Moakes e Matt Tong, aspiranti post punk-rocker senza né il punk e né il rock.
Four, dunque, è la logica prosecuzione di un cammino assai fallace, in cui i volumi e la produzione grintosa hanno la meglio sulla spinta alla sperimentazione e sul rifiuto dei cliché. Ridotto tutto ad una mera questione formale, la band inietta dosi massicce di Smashing Pumpkins (Kettling, Coliseum) e, dicevamo, Matt Bellamy (So he begins to lie, 3×3, Octopus) in un tessuto melodico sempre più fragile, che anche quando alza un po’ la testa (Day four) non va oltre l’autocitazione. Il punk-funk di Team A o l’hard-rock truce di We are not good people sono epitomici di come la nevrosi tanto sbandierata sia, in realtà, una questione meramente estetica: non c’è passione in Four, non c’è reale intensità. Quella di Okereke e compari è un’inutile ostentazione di muscoli dopati, una carrellata di luoghi comuni che liquida con qualche trovata estemporanea (l’apertura acustic-blues in slide di Coliseum, l’orrendo banjo nel mash-up tra Red Hot Chili Peppers e Radiohead di Real talk) la fisiologica ricerca di nuove strade.
Non c’è nulla da salvare in Four perché in Four non c’è nulla, se non la solita, nostalgica, confusa e in fin dei conti triste proiezione di diapositive rock dei bei tempi che furono, rappresentazioni stereotipate di un evo anacronistico e indistinto. Fantasmi, insomma.
