Era cominciata come una caccia al tesoro la scoperta di Fragrant world. Il 1° agosto scorso gli Yeasayer avevano annunciato che le tracce del terzo LP erano disseminate qua e là per il web: ai fan il compito di rintracciarle tramite una serie di indizi. Nel giro di qualche ora il gioco era terminato e le clip dei brani (corredate dalle immagini dell’artista giapponese Yoshi Sodeoka) campeggiavano nella sezione “news” di molte webzine. Una modalità promozionale nuova, divertente, che rinforzava l’immagine di un gruppo attento alle tecnologie. Del resto, già il disco d’esordio, All hour cymbals (2007), dimostrava una certa dimestichezza nel mescolare antico (gospel e spunti esotici) e moderno (new-wave).
Rispetto al passato, Fragrant world si mostra però più vicino al synth-pop scintillante di Odd blood (2010): la differenza è un intento (ancor più) decostruzionista, volto alla scomposizione e alla contaminazione. Il tessuto melodico è frastagliato: cut’n’paste nevrotici e cambi di tempo spiazzanti, eppure fluidissimi, squassano in profondità le undici partiture. Il risultato è un mix di febbrile sensualità e paranoia sci-fi, come dimostra Henrietta, dub e groovy eppure ispirata a quella Henrietta Lacks le cui cellule, coltivate a sua insaputa da uno scienziato negli anni ’50, divennero in seguito le più adoperate nella ricerca medica. «Oh Henrietta, we can live on forever» ripete Keating come un mantra, ma fra distorsioni e droni non si riesce a star tranquilli. Una delle direttrici dell’album è l’r’n’b, che contamina il glitch di Fingers never bleed e la robotica Devil and the deed, mentre su un versante più sperimentale si colloca No bones, vicina a certe cose del Timbaland meno stereotipato. Altro filo conduttore sono gli anni ’80, quelli new-wave di Reagan’s skeleton o Damaged goods, entrambe ottimi esempi di come si possa rileggere un sound in modo non pedissequo. Non manca, ovviamente, un certo gusto “atmosferico”, che emerge nei paesaggi sospesi della maligna Demon road, o nei cori eterei di Glass of the microscope e Blue paper. Su tutto, ovviamente, vegliano gli immancabili aromi afro (il bridge di Reagan’s skeleton, ad esempio), a sancire in modo nient’affatto stucchevole una continuità con il discorso intrapreso sin dall’esordio.
Non c’è nulla o quasi da scartare in questo Fragrant world: ogni nota è al posto giusto, ogni sample, ogni beat. Effetti speciali e sostanza: la musica di Chris Keating e soci è un raffinato intreccio, una struttura complessa eppure perfettamente equilibrata. Non hanno anima, dice, ma non è vero: c’è l’anima, e ci sono anche l’intelligenza e il “corpo”. Cos’altro chiedere?
