Ty Segall Band – Slaughterhouse

Bravo è bravo Ty Segall, ma quanti dischi. Il venticinquenne di San Francisco è uno di quelli che non teme di sfidare le leggi del mercato (e la pazienza dei suoi fan) con due, tre, anche quattro pubblicazioni l’anno. Cassette, CD, LP, EP, live, compilation, singoli: dite un formato e state pur certi che Segall l’ha sperimentato. Nel suo curriculum, costellato di progetti più o meno estemporanei (The Traditional Fools, Party Fowl, The Perverts), svettano la militanza negli Epsilons e la collaborazione con i Sic Alps. E proprio al garage-rock di questi due act si riallaccia Slaughterhouse, disco che mette in secondo piano (ma senza accantonare del tutto) la fascinazione per la psichedelia pop della “British invasion” che aveva sinora caratterizzato le uscite soliste di Segall.

Le undici tracce della scaletta spingono decisamente e senza troppi complimenti sul pedale dell’acceleratore, dominate dal suono granitico e sporco (leggi: lo-fi) delle chitarre. Introdotta da un’overture rumorista, l’opener Death è epitomica di quello che seguirà nei successivi 36 minuti: un concentrato di ritmiche a rotta di collo, riff granulosi e melodie vocali lisergiche. A stare attenti, però, si scorge una discreta varietà di sfumature. La ferocia della title-track, ad esempio, più che degli anni ’60 è figlia del grunge dei Nirvana, mentre Tell me what’s inside your heart è un curioso impasto di punk’n’roll e armonie beatlesiane. Qualcosa dei Fab Four sopravvive anche nel vortice di bassi ipnotici e distorsioni di The bag I’m in, cantata con furia psicotica. Esemplare dell’abilità di Segall di conquistarti senza troppi sforzi è Muscle man, pezzo alquanto ordinario ma che, vuoi per il registro vizioso in cui è intonata, vuoi per l’andamento saltellante, vuoi per l’assolo ipergrintoso, riesce comunque ad appiccicartisi addosso. Certo, il personaggio non è immune da un pizzico di autoindulgenza, e infatti in chiusura di scaletta infila Fuzz war, dieci minuti e passa di feedback e accordi cupissimi di chitarra (con un po’ di percussioni marziali sul finale), che denunciano una clamorosa mancanza di senso della misura ed una sfacciataggine non indifferente. Ma Segall è così, e non possiamo farci nulla: del resto, neanche il tempo di mettere Slaughterhouse nel lettore CD che il nostro già aveva annunciato la pubblicazione di Twins, terzo full-lenght nel corso dell’anno (il primo è stato Hair, collaborazione con i White Fence, licenziato ad aprile). Bravo è bravo Ty, ma riuscirà a non far perdere la pazienza ai suoi fan?

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