Volcano! – Piñata

Fantasie surreali: un ospedale come una navicella spaziale, e le infermiere (suore) come alieni. Mani che si tramutano in coltelli. Limoni, tanti limoni, con cui dilettarsi in giochi di prestigio, dissertazioni sul “pineapple chili” e piatti che si rompono, infantili desideri di reincarnazione. Il punto di vista di una pignatta riempita di dolci e pronta al “sacrificio”. Non si può dire che i Volcano! siano tipi dagli argomenti di conversazione limitati. Nove canzoni, quelle tratte dall’ultimo full-lenght, intrise di bizzarrie, tanto nei testi quanto nel sound. Vero è che Aaron With, Mark Cartwright e Sam Scranton c’avevano già abituati ad uno sguardo non convenzionale. Tuttavia, più che al post-rock teso e rugginoso di Beautiful seizure (2005), Piñata riparte dalle contaminazioni etno-funk di Africa just wants to have fun, pungente satira sul messianesimo rock contenuta in Paperwork (2008), esasperandone l’aspetto pop.

A liriche stravaganti e argute si ricollegano dunque spunti sonori eterogenei, eppure fusi in un unicum coerente. Ecco perché non stupisce più di tanto se sul dancefloor scomposto della title-track fa la sua comparsa Morrissey, o che il barcollante sogno infantile diChild star unisca la follia di David Thomas e David Byrne alla passionalità di Jeff Buckley (mutuata per tramite degli eroi della prima ora Radiohead). E a proposito di Thom Yorke: sono figlie sue tanto tesa e stralunata St. Mary of Nazareth che il funk febbricitante di Suppy and demand. Esemplificativa del connubio tra articolazione prog, aromi esotici e leggerezza pop che contraddistingue tutto il disco è Long gone, con basso e batteria marcati, vocals veementi e strumming estenuanti di sei corde. L’istrionica So many lemons guarda sempre ai Pere Ubu che flirtano con i Talking Heads, mentre la nevrosi di Platebreaker (che s’impenna in chiave rumorista) ha un che di XTC. Persino l’urlo di rivincita di Fighter è pregno d’ironia e correda una scaletta che predilige programmaticamente il dadaismo e l’assurdo, serviti sul piatto da portata del “witticism”.

Piñata, in sintesi, è un album inattaccabile, tanto sul piano formale che su quello contenutistico; anzi, è uno di quei dischi che tale distinzione la mette in crisi, rivelandone tutto il vacuo manicheismo: in Piñata la forma è contenuto. Rispetto a Paperback è mancato forse un pizzico di coraggio, ma se l’intento era (come era) quello di realizzare un gran bell’LP (avant)pop, allora la missione è decisamente riuscita.

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