Esce a luglio questo sesto album dei Dirty Projectors, ma tutto si può dire meno che sia un disco facile o vacanziero. Fatta salva una maggiore abbordabilità rispetto ai predecessori, Swing lo Magellan possiede infatti una sorta di irsuta ironia che lo rende sostanzialmente inavvicinabile. Le melodie di David Longstreth non sono mai state tanto refrigeranti, eppure il suo approccio alla scrittura è rimasto irriverente. La distanza da Bitte orca (2009) è data dall’approccio: Swing lo Magellan è infatti, dichiaratamente, un album di pop-song e non un concept. Longstreth si pone in modo esplicito questioni cruciali come quelle della cantabilità e dell’hook, ma le risposte sono anticonvenzionali e tendono all’astrattezza. About to die, ad esempio, fa pensare ad un mix in chiave assurda di Ben Harper e Andrew Bird. Come a dire: il calore dell’r’n’b e gli aromi della Giamaica filtrati da una sensibilità pop-decostruzionista. Gioca a fare il songwriter d’altri tempi, Longstreth. Nella title-track, David sfodera un piglio da cantautore folk che sa tanto di anni ’70, mentre al decennio precedente guardano la beatlesiana Maybe that was it e il soul con punte acide di Gun has no trigger. Ad accomunare le tracce, un piglio divertito/divertente, a tratti espressamente parodistico: ascoltare per credere Irresponsible tune, che scimmiotta i crooner anni ’50 in modo impeccabile.
A melodie argute si accompagnano, poi, arrangiamenti eccentrici che hanno comunque il pregio di non suonare mai come meri esercizi di bravura. In questo senso, uno dei picchi è probabilmente Dance for you, con un sorprendente siparietto sinfonico che si fa largo, sontuoso ma a proprio agio, in un paesaggio dai colori pop (in cui, tuttavia, c’è spazio anche per un solo di chitarra bluesy). Accanto alle armonie vocali (Amber Coffman e Haley Dekle, subentrata a Angel Deradoorian), due degli degli ingredienti principali del disco sono sicuramente loop e sample, talvolta accostati sino a formare un intrico selvaggio e al tempo stesso rigoroso (vedi Just from Chevron), talaltra adoperati come supporto “allungabile” per la melodia vocale (See what she seeing).
In Swing lo Magellan non c’è davvero nulla che sia fuori posto. L’impressione è che Longstreth abbia davvero trovato la quadratura del cerchio, il giusto equilibrio tra vena sperimentale e gusto pop, misurato col bilancino di un’ironia che ha i piedi ben piantati nella postmodernità. Indubbiamente uno dei migliori Dirty Projectors.
