«Era come se migliaia di creature sulla terra stessero facendo un harakiri di massa»: così si è espresso recentemente Serj Tankian in relazione allo strano fenomeno che ha inaugurato l’inizio dello scorso anno, la morte improvvisa di uccelli e pesci registrata in Arkansas. Quasi un atto di muta protesta, insomma, contro la superbia e l’ottusità del genere umano, dilapidatore delle risorse e generatore di iniquità sociale, che ha ispirato la scrittura di un brano il quale, a sua volta, ha dato il titolo a questa terza fatica solista del leader dei System of a Down. Conoscendo il personaggio, la vena polemica da artista engagé non costituisce una novità: Tankian non ha mai fatto mistero delle sue opinioni in fatto di politica ed economia, neanche quando i System erano tra i gruppi metal più popolari, dunque perché dovrebbe azzittirsi proprio ora?
Il punto, però, trattandosi di un disco, è il contesto sonoro in cui tale slancio è inserito. Parliamoci chiaro: va bene l’ambientalismo, la critica sociale e la prospettiva polemica sulla crisi economica, ma un album è fatto in primis di musica e quella di Harakiri è piuttosto fiacca. Rispetto al precedente Imperfect armonies (2010), quest’ultima release suona decisamente meno tronfia (Tankian ha accantonato le tentazioni sinfoniche) e più immediata, ma non più originale. I System of a Down non sono mai stati particolarmente geniali, ma almeno ai bei tempi avevano dalla loro un po’ di muscoli e (soprattutto) tanta genuinità: la carriera solista del singer armeno, invece, sembra indirizzata verso un approccio più raffinato ed eclettico il quale, tuttavia, non pare in grado di andare oltre la citazione. E che, soprattutto, deve sempre fare i conti con una vena rock un po’ facilotta. Harakiri, insomma, musicalmente è un lavoro di compromesso, perché Tankian è un compositore di compromesso. Niente a che vedere con il maestro Zappa: l’impressione, a tratti, è semmai quella di un LP caciarone come i peggiori Foo Fighters (Cornucopia). La melodia è l’ingrediente principale delle undici tracce, declinata ovviamente in chiave epica (Harakiri, Butterfly) ma senza mordente. Persino gli istrionismi vocali (Ching chime) sanno di maniera. I cambi di tempo e il break di basso e batteria di Figure it out, i beat e i sintetizzatori di Reality TV e Deafening silence (che apre con un arpeggio folkie ma strizza l’occhio ai Muse), le trombe jazz dell’hard-rock Weave on e gli spunti mediorientali di Ching chime rappresentano i picchi di uno “sperimentalismo” superficiale, poco coraggioso (e dunque poco incisivo) perché incapace di rinunciare alla radiofonicità delle partiture. Meglio, a questo punto, l’hardcore decostruito di Uneducated democracy, in cui, unita ad una struttura sagace (e zappiana…), si intravede anche un po’ della vis d’un tempo.
Pare che Tankian abbia in serbo per il futuro un album di «progressive jazz» (Jazz-iz-chris), uno orchestrale (Orca) e un terzo più elettronico (Fuktronic, nato da una collaborazione con Jimmy Urine dei Midless Self-Indulgence). Ovviamente non possiamo sbilanciarci circa la qualità dei progetti, ma se fossimo costretti a scommettere, ad oggi le nostre puntate non sarebbero pro-Tankian, poco più che un onesto mestierante del rock duro ed impegnato.
