Soulsavers – The light the dead see

Per esser bravi son bravi, questi Soulsavers. Nelle loro composizioni, misto di gospel, soul, country e folk in chiave (brit)pop-rock, si scorge la mano del musicista capace, in grado di erigere impeccabili architetture di suoni in cui tutto è esattamente dove dovrebbe essere. Il punto, però, è che ai dischi di Rich Machin e Ian Glover è sempre mancato qualcosa: un pizzico di sporcizia, di marcio, un po’ d’imperfezione che ne attestasse la vitalità e ne confermasse l’urgenza espressiva. Anche quando imbarcava il tenebroso Mark Lanegan e il “folle” Mike Patton (It’s not how far you fall, it’s the way you land e Broken), il duo di produttori inglesi non riusciva mai a scacciare l’impressione che quello che si stava ascoltando fosse, in realtà, un mero esercizio di bella grafia. Stessa, identica sensazione che aleggia, implacabile, su questo The light the dead see, quarto lavoro di studio.

Arruolato il frontman dei Depeche Mode Dave Gahan (i tre si sono conosciuti nel 2009, durante il tour di Sound of the universe), Machin e Glover sciorinano con precisione chirurgica tutto il loro repertorio di trucchi. Il clima è fosco, dark: i testi (scritti tutti da Gahan) indulgono a rappresentazioni di solitudine e sofferenza, lenita solo dalla presenza di Dio. Evidente come il cantante vi riversi parte del suo turbolento percorso autobiografico che, anni fa, lo portò a un passo dalla morte per overdose. L’elemento gospel è ovviamente centrale, ma è riproposto in chiave spuria: la foga di In the morning, ad esempio, richiama alla mente in primis il Morrissey di I have horgiven jesus o gli Starsailor piuttosto che Thomas Dorsey, mentre Just try ammicca agli U2 più solenni. Malgrado il tema western de La ribera (uno strumentale nella vena di Morricone e Warren Ellis), le fondamenta di The light the dead see sono decisamente “brit”: Longest day, con le sue chitarre distorte, è lì a confermarlo.


La cura formale è impressionante, ma manca il brivido. L’eleganza è fuori discussione, ma non c’è reale profondità. Gone too far si concede una puntatina in territori folk prima di lanciarsi in un crescendo imponente: malgrado il grandioso dispiego di elettricità, il pezzo rimane al palo. Stesso discorso per la malinconica Bitterman. Gahan è in forma e non si può dire che non si muova in sintonia con l’apparato sonoro costruito dai compagni, ma è l’insieme a non risultare pienamente convincente: anche il trittico finale, composto da I can’t stay, Take e Tonight, pur vantando le melodie migliori della raccolta, affascina all’inizio, poi scorre via facile.


Per esser bravi son bravi, i Soulsavers. Ma gli manca l’anima. O forse, non l’hanno mai avuta.

SOSTIENI LA BOTTEGA

La Bottega di Hamlin è un magazine online libero e la cui fruizione è completamente gratuita. Tuttavia se vuoi dimostrare il tuo apprezzamento, incoraggiare la redazione e aiutarla con i costi di gestione (spese per l'hosting e lo sviluppo del sito, acquisto dei libri da recensire ecc.), puoi fare una donazione, anche micro. Grazie