Chi non lo conoscesse, potrebbe essere indotto dall’ascolto di questo Rhythm and repose a liquidare Glen Hansard come una specie di clone di Damien Rice. In realtà le cose sono un tantino diverse. Il barbuto songwriter, infatti, all’inizio degli anni ’90 era già alla testa di uno dei gruppi folk-rock più importanti d’Irlanda, The Frames, mentre il più giovane (anche se di poco: tre anni) connazionale stentava con i misconosciuti Juniper prima di mollare tutto e cominciare girovagare come un busker per l’Europa. Una carriera solida quella di Hansard: nel 2006 con la band madre aveva già pubblicato la bellezza di sei album di studio. La ribalta era però arrivata solo nel 2007 con Once, indie-pic in cui Hansard interpretava un menestrello irlandese emigrato negli USA. Accanto a lui, nella parte di una transfuga dell’Est Europa con cui il protagonista intesse una bella amicizia, Markéta Irglová, compagna d’avventure nel progetto The Swell Season, che aveva fruttato un primo LP giusto l’anno prima. Più che per la prova attoriale, i riflettori finirono puntati sulla coppia soprattutto grazie a Falling slowly, brano che, firmata entrambi i musicisti, vinse l’Oscar per la miglior canzone originale. Ecco, tutto questo per dire che Hansard non è esattamente un principiante e che qualche soddisfazione se l’è tolta.
Pertanto, da un album come Rhythm and repose non ci si deve aspettare sfracelli. La prima release da solista per il quarantaduenne di Dublino è un omaggio al folk-soul di Van Morrison e Cat Stevens, una raccolta di ballate sofferte, intonate in un registro vibrante (affiancato talvolta dal controcanto della Irglová), ma tutto sommato garbate. Gli arrangiamenti, essenziali, puntano principalmente sull’intreccio di piano, chitarra acustica ed archi, che assecondano con una certa precisione i saliscendi emotivi delle partiture. La classe c’è: i 70s sognanti di Maybe not tonight , la scattante Talking with the wolves, le elegiache Bird of sorrow e The storm, it’s coming e la gospel-oriented Races denotano un indubbio talento melodico. Il problema sta soprattutto nell’eccessiva omogeneità stilistica, che stende una patina di prevedibilità sulla raccolta. Forse non sarebbe stata una cattiva idea recuperare un po’ di chitarre elettriche e velocizzare i ritmi – riprendere in mano, insomma, il discorso che i vecchi Frames portavano avanti con tanta irruente schiettezza (vedi Fitzcarraldo, 1992). Ma tant’è: Hansard sembra aver trovato la sua dimensione nello spazio di queste passionali ballate semi-acustiche, dunque un ripensamento appare difficile. Vedremo.
