Imprescindibile: ecco un aggettivo che si lega alla perfezione a Patti Smith. Nel corso di quasi quarant’anni di carriera, la songwriter di Chicago ha inanellato una serie di opere fondamentali per l’evoluzione del linguaggio del rock (Horses, Radio Ethiopia, Easter e Wave, racchiuse nel periodo ’75-’79). I recenti Gung ho (2000) e Trampin’ (2004) avevano però fatto archiviare la pratica, relegando Patricia Lee (così dice l’anagrafe) al ruolo di monumento vivente e icona musicale. Detto altrimenti, la davamo un po’ tutti per finita: la (parziale) attestazione di vitalità è rappresentata da questo Banga.
L’album segna un ritorno della Smith alla scrittura di canzoni, dopo le parentesi di Twelve (una raccolta di cover del 2007) e The coral sea (un reading con Kevin Shields dedicato a Robert Mapplethorpe, pubblicato nel 2008). Il risultato è buono, pur con una serie di limiti. L’impressione, infatti, è che un pizzico di manierismo contamini l’LP, annacquando l’impatto complessivo. Per quanto ben strutturate ed indubbiamente affascinanti, canzoni come Mosaic (una specie di folk-rock solenne) e Tarkovsky (spoken-word e wah-wah liquidi) denunciano un approccio psichedelico in fondo garbato, privo di scosse e dunque di reale profondità. Un’aura di solennità ammanta tutto l’LP (Amerigo), contraddistinto da un lirismo visionario che trova nella lunga Constantine’s dream (ispirata a un quadro di Piero della Francesca ed incisa assieme a La Casa del Vento) il suo punto di massima densità. Nella tracklist, tutto sommato eclettica, c’è spazio anche per il chamber-folk introverso di Seneca, per i rock’n’roll epici di Fuji-san (il brano migliore, con featuring di Tom Verlaine alla chitarra) e della title-track, e per il valzerino à la Leonard Cohen di This is the girl.
Poiché tutte quante le tracce, direttamente o indirettamente, ruotano intorno a personaggi storici e della cultura pop e alle loro epopee (Amerigo racconta della scoperta dell’America, This is the girl omaggia Amy Winehouse, Nine è stata scritta per il compleanno di Johnny Depp, Tarkovsky fa riferimento al celebre regista russo e così via), non stupisce che il full-lenght si chiuda con una cover di Neil Young, After the gold rush, che la Smith affronta con deferenza e rispetto.
Banga non sarà il disco del secolo, e probabilmente nelle future monografie dedicate alla statunitense non occuperà più di qualche rigo, ma è comunque un lavoro dignitoso, suonato, arrangiato, prodotto e interpretato con competenza e professionalità. Una rentrée coerente con un percorso artistico di grande levatura.
