«Se vuoi sarà più facile sedere sotto i platani / già verdi della nostra gioventù / e non sentirci liberi di essere felici solo quando / qualcuno ci spoglia, qualcuno ci chiama» (da Una vita violenta).
I due anni spesi dagli Amor Fou per mettere a punto il loro terzo album, Cento giorni da oggi, ci restituiscono un lavoro che già dal titolo anticipa la poetica di cui è espressione: i tempi entro cui si consumano flirt o si esauriscono governi, ridefiniscono la nostra dialettica col futuro, imponendoci un agire con un’immediatezza che lascia ben poco spazio ai sospiri. La band milanese, fra le più apprezzate nel panorama hipster del Belpaese, ha pubblicato un disco che è un caleidoscopio di generi (dall’indie-pop alla dance), ma che è anche e soprattutto in stile new-wave (Cure, Joy Division, Echo and The Bunnymen e Television, filtrati attraverso MGMT ed M83), con sonorità vagamente afro fra cui scorgere citazioni di Local Natives o Wild Beasts. Attingono al repertorio italiano solo per rapide fughe, fatte di metriche poco ortodosse alla Battiato o, semmai, in pieno stile Graziani (Vero ne è un caso per tutti). Con dodici brani in forma di concept, ritagliati sulla superficie dei suoni alla moda e tutti dedicati all’attraversamento di quella “galassia giovanile”, come amano definirla i media, che si vorrebbe unicamente alle prese con la noia, lo sballo, la disoccupazione e la rete, gli Amor Fou ci restituiscono uno spaccato vivido della società contemporanea.
Il viaggio è scandito da pezzi che possono senz’altro essere accostati a quanto proposto nel loro disco “baustelliano”, I Moralisti (La primavera araba, Le guerre umanitarie e l’episodio post-punk Radiante, presente qui come lo era Dolmen nel disco precedente), ma che per la maggior parte segnano un evidente distacco dal passato. Lo stile melodico è sempre quello e l’immaginario attraverso il quale vengono trattate le tematiche scelte anche, ma c’è una leggerezza nuova, che paradossalmente rischia di spiazzare l’ascoltatore troppo abituato al disco precedente. «Abbiamo provato ad abbandonare una prospettiva cattedratica, un po’ retrò, da nostalgici – ha dichiarato la band -, e scelto un approccio più moderno».
Nelle canzoni che segnano maggiormente l’accennato distacco, i sintetizzatori giocano un ruolo importantissimo e più di una volta si arriva a tanto così dal risultare spudoratamente ballabili. Pop superficiale e sofisticato, dove i brani coesistono in una struttura concentrica per formare quasi un’unica, interminabile canzone avviluppata sul vuoto, con cui gli Amor Fou cercano di raccontarci questo tempo presente attraverso particolari trascurabili e manie spesso insignificanti, con immediatezza ed efficacia. E ci riescono pure.
