I The Cribs sono tra i gruppi più osannati della seconda generazione di brit-rocker. E il perché rimane un mistero. Il mix di indie e (post)punk virato power-pop che i tre fratelli Jarman (Gary, Ryan e Ross) ci propinano sin dal 2004 (anno del debut omonimo) è forse sufficientemente furbo da scalare le classifiche, ma non abbastanza originale da spiegare l’interesse della stampa di settore e l’entusiasmo di gente come i Sex Pistols che la rivoluzione l’ha fatta davvero. Al di là di qualche merito occasionale (nessuno in più, comunque, rispetto ai colleghi Futurheads o Maximo Park), il trio di Wakefield, West Yorkshire, sembra essere un prodotto dell’hype, un mero fenomeno modaiolo la cui consistenza effettiva è praticamente nulla. Ne dà piena conferma il nuovo album, In the belly of the brazen bull.
Prodotto da Dave Friedmann (membro fondatore dei Mercury Rev e storico collaboratore dei Flaming Lips) con la collaborazione del leggendario Steve Albini, la quinta release dei britannici segna un ritorno al sound più diretto degli inizi. Scelta, questa, seguita alla fuoriuscita dalla line-up di Johnny Marr, il quale aveva contribuito in maniera decisiva alle sonorità pulite del best-seller Ignore the ignorant (2009). Saranno contenti, dunque, i fan della prima ora: le quattordici tracce puntano su melodie senza fronzoli, schiette e aggressive, a base di chitarre ultra-sature e guidate da un sano spirito caciarone. La novità, va da sé, è pressoché nulla, e durante l’ascolto il gioco del “somiglia a…” ha ben presto il sopravvento sul coinvolgimento. Non si tratta di deformazione professionale: il problema è che come sempre i The Cribs, più che scrivere canzoni, si limitano a rubacchiare qua e là e a riassemblare il tutto, mettendoci pochissimo del loro.
Glitters llke gold e Come on, be a no-one, ad esempio, si collocano tra Pavement e Weezer. La ricetta è semplice: feedback, ritmi scattanti e refrain urlati. Capirete che il giochino, spalmato su 47 minuti di durata complessiva, non può funzionare. Il brio da solo non basta: se non supportato da melodie adeguate, si trasforma in circo noioso. Jaded youth ci prova a smuovere un po’ le acque, con cambi di tempo e un bridge dominato dallo xilofono, ma finisce col suonare come i Foo Fighers alle prese con una cover di Rivers Cuomo. Esattamente come Chi-town, uno dei brani prodotti da Albini.
Un citazionismo esasperato, che sconfina nell’imitazione pedissequa, è la chiave di lettura dell’album. Pure o, ad esempio, si appoggia senza troppi complimenti alle trame chitarristiche degli Strokes. Stesso discorso per Anna, la quale, tuttavia, vanta parentele shoegaze (versante My Bloody Valentine) che Back to the bolthole accentua (guardando, però, anche ai Dinosaur Jr). Poteva poi mancare l’omaggio agli Smiths? Certo che no. Ed ecco allora servita Butterflies, una nenia malinconica condita da battiti marziali. In questo mare di banalità (in cui trovano posto anche il folk acustico di I should have Helped e la delicata ballad Like a gift giver) si salva forse la sola Uptight, ennesimo power-pop che, tuttavia, almeno azzecca il ritornello.
Troppo poco, ovviamente, perché si possa salvare In the belly of the brazen bull, disco piccolo, di quelli destinati al dimenticatoio.
