Mettiamola così: non è vero che un disco scialbo sia necessariamente un disco inutile. Qualche volta, un album poco brillante può farti riflettere, e parecchio pure, costringendoti a riconsiderare cose che, fino a qualche tempi fa, davi per assodate. Prendete Port of Morrow. Lo ascolti, e la prima cosa che ti viene in mente è che il suo predecessore, Wincing the night away (2007), era decisamente migliore. E neanche di poco. Il che poi, inevitabilmente, ti spinge ad una seconda riflessione, stavolta di carattere più generale: meglio sbagliare puntando in alto che riuscire accontentandosi di svolgere un modesto compitino.
Cinque anni fa si accusava James Mercer di aver perduto il filo, vittima di una vena sperimentale che girava in tondo e non approdava a nulla di compiuto. La colpa era quella di aver tentato di diluire il mix di Beatles, Byrds, Zombies, Smiths, Beach Boys e Pavement dei primi due full-lenght (Oh, inverted world, del 2000, e Chutes too narrow, del 2003) in ballate meno immediate, caratterizzate da strutture più aperte e da arrangiamenti di discreta complessità, in cui la componente elettronica acquistava un ruolo importante. Malgrado le critiche non troppo positive della stampa di settore, il disco ottenne un gran successo, con un (paradossale) piazzamento nella seconda posizione delle chart americane che segnò di fatto l’ingresso degli Shins nel circuito mainstream.
Non deve pertanto stupire che, dopo sette anni di Sub Pop, Port of Morrow esca per conto della Columbia, né che suoni così diretto, secco. Più che mai questo è un disco di Mercer: il songwriter di Honolulu compone, canta, suona (chitarra, batteria, glockenspiel, lap steel, percussioni) e produce (assieme al factotum Greg Kurstin). Accanto a lui, una line-up completamente rinnovata, con gente del calibro di Ron Lewis (già Grand Archives e Fruit Bats), Joe Plummer (Modest Mouse) e Janet Weiss (ex Sleater-Kinney). James, insomma, ha saldamente il timone nelle mani. Perciò, se la nave sbanda, la colpa non può essere imputata ad altri.
Port of Morrow è un album noiosetto. Si districa tra motivetti energici e ballate semi-acustiche senza riuscire a incidere realmente. Formalmente impeccabili, i dieci pezzi offrono all’ascolto un pop-rock che strizza l’occhio in primis agli anni ’70 (le orchestrazioni di For a fool, 40 Mark strasse e della più psichedelica title-track), ma senza dimenticare gli anni ’80 (The rifle’s spiral, con beat elettronici e synth “spaziali”) e i ’90 (No way down, memore dei Crowded House). Neanche a dirlo, gli aromi prevalenti sono immancabilmente “brit” (Simple song sta tra Who e Supertramp, Fall of ’82 è un omaggio al McCartney dei primi LP da solista), ma il pezzo migliore, la delicata ballad It’s only life, reca decisamente il marchio “made in USA”.
Tirando le somme, nessuna novità, nessun guizzo particolare, niente di veramente memorabile: Port of Morrow tenta la via del pop d’autore ma trova solo una manciata di canzoncine facili facili, destinate ad avere vita brevissima.
