Spiritualized – Sweet heart sweet light

La fama degli Spiritualized è indissolubilmente legata ad un album, quel Ladies and gentlemen we are floating in space che nel 1997 fece strage tra i nostalgici della psichedelia più barocca e visionaria. Brit-rock spaziale, tinto di gospel, allucinato ma in un modo sontuoso, straordinariamente elegante e senza eccessi formalisti: Jason Pierce, dopo la seminale esperienza garage-lisergica con gli Spacemen 3, sembrava aver trovato una nuova direzione, meno Jesus and Mary Chain, Velvet Underground e Stooges e più Brian Wilson e Phil Spector. E se Let it come down (2001) esasperava la grandeur (100 i musicisti assoldati), anche in considerazione del live orchestrale registrato qualche mese prima alla Royal Albert Hall, i successivi Amazing grace (2003) e Songs in A & E (2008) semplificavano un po’ le cose: il primo, riportando tutto ad un impasto sanguigno di rock, blues e r’n’b tra Who e Rolling Stones, e il secondo scegliendo la chiave dell’intimismo (Pierce era appena scampato ad una polmonite che aveva rischiato di ucciderlo).


Una dialettica bipolare, dunque, sembra sottendere tutta la produzione di Jason “Spaceman”, quella stessa tensione che animava la scena musicale del’67 di cui egli sembra essere erede diretto, variegato palcoscenico sul quale s’agitavano Iggy Pop e Wayne Kramer ma anche i Pink Floyd di Syd Barret. Sweet heart sweet light rappresenta in un certo senso la sintesi tra queste due pulsioni. Se infatti nella grafica di copertina l’ottavo lavoro di studio della band richiama marcatamente il predecessore, dal punto di vista musicale esso si ricollega alle “fluttuazioni spaziali” del capolavoro del ’97, in modo tuttavia più immediato e per certi versi “pop”.


L’intro di Huh?, ad esempio, disegna un estatico paesaggio d’archi che subito Hey Jane tradisce impunemente, puntando su un efficace ma un po’ prevedibile mix di street-blues reediani, pattern ritmici à la Neu! e slanci Arcade Fire. Il fantasma dei Velvet Undeground aleggia anche sul mantra acido e scorticato di Headin’ for the top now, che fa perno sul consolidato repertorio di chitarre ultradistorte, bassi subdoli, tastiere e pianoforti martellanti, mentre il cantato affonda in un languore depresso. Too late e Life is a problem, invece, sono due tenere serenate che ammiccano agli Eels. Il che, tuttavia, solleva un problema non da poco: per quanto ben confezionate, infatti, le tracce di Sweet heart sweet light suonano un pizzico impersonali. La qualità c’è, inutile negarlo, ma sembra più il frutto di un mestiere ormai acquisito che non di un sincero slancio. Così, anche ballad come So long you pretty thing, che incrocia il pop dei Blur con il gospel (il lento fraseggio d’organo, il finale corale), o la più melodrammatica Mary (strano ibrido tra l’r’n’b di Lenny Kravitz e le sceneggiate glam-orchestrali dei Pulp di This is hardcore) rivelano un che di artificioso. Altro esercizio di bella grafia è la ninna nanna di Freedom, imitazione un po’ stucchevole di Neil Halstead epoca Mojave 3, mentre il refrain di Little girl probabilmente piacerebbe ai fratelli Gallagher.


Meglio, decisamente meglio fanno Get what you deserve, lenta ed ipnotica meditazione psych corredata da archi orientaleggianti e da un finale cacofonico in crescendo, e I am what I am, un blues-rock oscuro e teso con tanto di call-and-response gospel, in cui è evidente lo zampino del co-autore Dr. John. Troppo poco, però, perché Sweet heart sweet light si elevi oltre una sufficenza un po’ stiracchiata. La sensazione è che questo possa essere l’album “classico” degli Spiritualized, quello cioè che ne consolida la formula e prepara ad una vecchiaia senza scossoni. Ci attendiamo, ovviamente, di essere smentiti.

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