In To Rome with love siamo, appunto, a Roma, dove s’intrecciano più storie: da una parte assistiamo all’incontro fra due giovani, un’americana e un italiano, che s’innamorano e decidono di sposarsi. Nel frattempo, arriva nella capitale una coppia di sposini friulani: lei esce per andare da una parrucchiera, si perde per la città, conosce casualmente il suo attore preferito e accetta di pranzare con lui, mentre il marito, rimasto in albergo, riceve la visita in camera di una prostituta. C’è poi uno studente di architettura, fidanzato da molto tempo con una bella ragazza di nome Sally, che perde la testa per un’attrice nevrotica; infine, il “nostro” Roberto Benigni interpreta un anonimo impiegato che un giorno, inspiegabilmente, diventa famoso.
Il film di Woody Allen è davvero un concentrato di luoghi comuni sull’Italia e i suoi abitanti. Ma, al di là di questo, è anche un film sciatto nella trama e nei contenuti. Partiamo con gli sposini, i quali incarnano perfettamente i due provinciali che, giunti nella grande città, non sanno neppure da che parte girarsi. Credere che dei ragazzi moderni di trent’anni siano dei tali sprovveduti è stupido tanto quanto credere che lui si spaventi di fronte a una prostituta e che lei, nel momento in cui il cellulare le finisce nel tombino, non sia più in grado di comunicare con il marito in nessun modo (insomma, quasi ci trovassimo in una strada deserta di campagna ai tempi della Seconda guerra mondiale).
Altrettanto patetico è il “il triangolo no” del giovane Jack che s’innamora di Monica e per lei vuole lasciare la storica e innamoratissima fidanzata. La cosa ricorda Naomi Watts – Josh Brolin – Freida Pinto in Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, ma in questo caso non c’è un motivo valido per cui Jesse Eisenberg dovrebbe perdere il lume della ragione per Ellen Page, che rimorchia il baldo giovane a suon di citazioni famose ed esternazioni sulle sue passate avventure omosessuali – quasi oggigiorno fossero cose da quarta dimensione.
In To Rome with love, Allen non è in grado di proporre niente di nuovo, nemmeno una rilettura interessante delle sue abituali tematiche, a partire dalla psicanalisi, che in questo film ogni tanto emerge, giusto per ricordarci della sua presenza. Per poter continuare a proporre se stessi come registi, per decenni, mantenendo una certa qualità nel proprio lavoro, concedendosi al massimo qualche piccola parentesi sfortunata e caduta di stile, bisogna possedere quella capacità di rinnovarsi che Allen sembra avere smarrito. Ma il pubblico continua ad andare a vedere i suoi film, continua, nonostante tutto, ad avere fiducia nel “buon, vecchio Woody”. Chissà…
