Saint Vitus – Lillie: F-65

È arrivato il momento della reunion anche per loro: i Saint Vitus, band-simbolo del movimento doom-metal americano, tornano assieme per la gioia dei propri fan, alla ricerca del tempo perduto. E, in un certo senso, per Scott Wino Weinrich (voce), Dave Chandler (chitarra), Mark Adams (basso) e Henry Vasquez (batteria) il tempo sembra essersi fermato agli anni ruggenti, quelli che fruttarono, tra gli altri, un album come Born too late (1987), tanto per intenderci. Ad ascoltare le nuove canzoni, infatti, si percepisce immediatamente come la radice primordiale del loro sound sia rimasta inalterata e sia stata riproposta con assoluta fedeltà.

Tra le pieghe di questa gradita rentrée, non ci sono, insomma, momenti particolarmente inaspettati o improvvise escursioni stilistiche: Lillie: F-65 è un disco di doom classico, che delizierà il palato di chi ama le atmosfere spettrali e decadenti. È sufficiente l’ascolto del singolo, Let them fall, con il suo andamento cantilenante e mefistofelico, a chiarire che la visione della band è rimasta sostanzialmente inalterata. Così, a testa bassa, i quattro si fiondano nelle nebbie angoscianti della cupa (e bellissima) The bleeding ground, declamata dalla voce rude di Weinrich, grande intrattenitore, capace di infondere suspense alla narrazione; Dependence, invece, inizia leggera ed acustica per poi aprirsi poderosamente con un riff nero, un po’ alla maniera dei Black Sabbath di The sign of the southern cross.

Il marchio di fabbrica dei Saint Vitus è ben impresso nelle sei corde di Chandler, compositore principale della band, che sfodera un sound inacidito quanto basta a donare un tocco personale alle canzoni. Tutto bene quindi? No. Delude un po’ la durata dell’album: soltanto sette canzoni, per un totale di tretantrè minuti circa. E se da un lato c’è da considerare che il gruppo non s’è mai fatto carico di pubblicare long-playing di lunga durata, dall’altro bisogna dire che questa poteva essere l’occasione giusta per impegnarsi di più in termini anche quantitativi e rimpolpare la tracklist, visto che l’ultimo album in studio, Die healing, risale a diciasette anni fa. Dunque di tempo per scrivere qualcosina in più ce n’era a sufficienza, anche per evitare di piazzare in scaletta due inutili strumentali come Vertigo e Withdrawal, quest’ultima un’ammucchiata di suoni chitarristici scontati che purtroppo falliscono nel tentativo di evocare la solita atmosfera da pelle d’oca.

Dopo tanti anni di assenza, i Saint Vitus si sono limitati a riproporre il loro sound senza fronzoli, confenzionando una manciata di canzoni ruvide, dirette e genuine sino in fondo. Lillie: F-65 non aggiunge nulla alla storia del doom, ma è pur sempre un LP che si lascia ascoltare con la giusta dose di curiosità e di attenzione.

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