I White Stripes non ci sono più. Andati, finiti. Dal febbraio dell’anno scorso, per la precisione. E Blunderbuss è qui a testimoniarlo. Non solo perché si tratta del primo LP da solista di Jack White, ma anche – e soprattutto – per l’approccio: più roots, più cantautorale. Può sembrare un paradosso, ma il riferimento principale di questo disco non è il garage-rock che White ha declinato in varie forme tra Stripes, Raconteurs e Dead Weather, ma il suo lavoro come produttore per Loretta Lynn (Van Lear rose, 2004) e Wanda Jackson (The party ain’t over, uscito l’anno scorso). Perché un paradosso? Perché per uno che di professione, oltre al songwriter, fa il guitar-hero, “nascondere” le chitarre e dare spazio al pianoforte è quantomeno bizzarro.
La cosa si può spiegare sia con l’intenzione da parte di Jack di sperimentare soluzioni diverse, sia con quella di farsi da parte per lasciare che siano le canzoni a prendere il sopravvento. Sul personaggio, sul suo passato. Il ricordo dei White Stripes emerge prepotente in Sixteen saltines (che potrebbe essere un outtake di White blood cells o Elephant), ma sembra quasi un omaggio dovuto. La verità è che il baricentro di Blundebuss è da ricercarsi altrove. Per esempio nelle suggestioni classicheggianti di Hypocritical kiss o nel simil-rap di Weep themselves to sleep. Nel blues pianistico di Trash tongue talker, nella sceneggiata tra Kinks e l’Elton John dei primi anni ’70 di Hip (eponymous) poor boy, nella jam country-rock di Missing pieces. E ancora, nelle chitarre zeppeliniane miste a vocals hip-hop di Freedom at 21, nel boogie swingante e chiazzato di soul di I’m shakin’ o nel valzer corale e psichedelico di Take me with you when you go.
Nonostante giochi una partita per certi versi nuova (al punto tale da concedersi persino un’insolita divagazione “atmosferica” con On and on and on), White riesce comunque a rimanere fedele a se stesso. Le tracce, insomma, recano il suo indelebile marchio di fabbrica: suonano classiche, ma non in modo stantio o nostalgico. La verità è che Jack c’ha imbrogliati di nuovo: in Blunderbuss manca la novità dirompente e le citazioni abbondano, eppure, per qualche strana ragione, tutto suona fresco, come appena sfornato. E questo perché, al di là dell’intreccio di riferimenti, degli arrangiamenti, della produzione, c’è sostanza. Una cosa che manca a molte release odierne ma che non è mai venuta meno negli album di White. Al quale possiamo dunque dire: «buona la prima».
