Nick Cave, Leonard Cohen, Lee Hazleewood, Scott Walker. Le colonne sonore, il jazz, l’indie-rock e il chamber-pop: la musica dei Tindersticks è sempre stata un affascinante intrico di riferimenti stilistici, un groviglio di suggestioni umbratili, una danza cadenzata al neon di un malinconico e languido abbandono. L’esordio eponimo del 1993 consacrò immediatamente Stuart Staples e soci tra le massime realtà in circolazione: le melodie raffinate e “noir”, le orchestrazioni eleganti e i testi imbevuti di romanticismo ne fecero immediatamente degli eroi della canzone colta, sofisticata. Il culto fu ampiamente giustificato anche da un secondo album (II, per l’appunto, pubblicato nel 1995) che, pur ripercorrendo la strada segnata dal predecessore, si guardava bene dal rifargli il verso in maniera superficiale, aggiungendo altra sostanza ad una discografia che sembrava avviata ad eguagliare i fasti degli idoli della band inglese. E invece, gli LP successivi segnarono un po’ il passo: la classe rimase intatta, ma si affacciò una specie di manierismo un po’ stucchevole, che penalizzò uscite come Curtains (1997), Simple pleasures (1999), Can our love (2001) e Waiting for the moon (2003), lavori indubbiamente forbiti e talentuosi, ma anche tendenzialmente prolissi, un po’ autoindulgenti e persino cerebrali.
Poco male, però. Perché presumibilmente è proprio questo cammino imperfetto che ha consentito a Staples di approdare a The something rain, una delle cose migliori mai pubblicate dai suoi Tindersticks, che conferma la risalita iniziata con The hungry saw (2008) e proseguita con Falling down a mountain (2010). La formula è quella di sempre, ma rispetto al passato c’è maggior concisione, più concentrazione e, soprattutto, una ritrovata brillantezza nella scrittura. Il quintetto (oltre a Staples si contano Neil Fraser alle chitarre, Dan McKinna al basso, David Boulter al piano e all’organo e Earl Harvin alla batterie e alle percussioni) pennella nove quadretti di rara ricercatezza che non sfociano mai in un algido formalismo. L’eclettismo c’è, ma non è schizofrenia: si passa dai nove minuti “spoken” della minimalista Chocolate (progressione acustica, basso e tastiere essenziali, linee soliste d’elettrica e il sax di Terry Edwards che si fa largo a poco a poco) all’incalzante uptempo sintetico di This fire of autumn (dall’impianto sostanzialmente folk, ma col refrain che si colora di r’n’b grazie al controcanto di Gina Foster) al cha cha cha di Slippin’ shoes senza battere ciglio, con una naturalezza ed una coerenza esemplari.
Medicine, ballad spossata e depressa, gioca mirabilmente su loop sintetici, twang chitarristici, violoncelli avvolgenti e fiati. Affine per spirito, A night so still fa leva su drum machine e keyboard per affrescare una sorta di struggente preghiera laica, mentre Come inside è più limpida, grazie ad inflessioni jazz che si sposano con le immancabili orchestrazioni. Show me everything, mix di Nick Cave e soul, e l’oppressivo drum’n’bass dagli aromi bowiani di Frozen (una litania sconsolata e frammentata, venata da sax isterici), regalano due crescendo veementi, energici, i quali, tuttavia, si bagnano pur sempre alle fonti di quel romanticismo tenebroso e fatalista che è da sempre il marchio di fabbrica della band. Di fronte a questi pezzi, l’elettronica minimal della strumentale Goodbye Joe passa quasi inosservata, configurandosi come un piacevole ma non necessario divertissement d’autore.
Un album davvero pregevole, insomma, questo The something rain, destinato a collocarsi sin da ora tra le uscite più interessanti del 2012. Possiamo dirlo: i Tindersticks sono (finalmente) ritornati.
