C’è qualcosa di indecifrabile nella musica degli A Whisper in the Noise. Qualcosa di misterioso, oscuro, una sorta di tragica consapevolezza che si tinge di infinita malinconia. Ogni volta che ci si imbatte in una loro canzone sembra di ascoltare ciò che resta di una confessione appena sussurrata, un’eco distante, il fantasma di un senso di colpa che continua a risuonare all’infinito. Come l’arte più pura sa fare, la scrittura di West Thordson nega alla comprensione razionale molto più di quanto effettivamente non dica. Per questo una band del genere o si ama o si odia, senza mezze misure: se l’abbraccio di note e parole non s’insinua sotto le carni per infettare il cuore come un parassita, allora risulterà piuttosto scialbo, fiacco, persino irritante. Per tutti gli altri, l’esperienza lascerà a bocca aperta.
To forget è la quinta fatica di studio degli americani, ormai ridotti a duo. Rispetto al passato, il sound ha perso in fisicità, s’è fatto ancor più etereo, impalpabile. E forse persino più evocativo. Thordson, coadiuvato dalla violinista Sonja Larson, disegna nove partiture in cui il post-rock flirta con il dream-pop, l’ambient e la musica da camera. Battiti lenti ed archi avvolgenti sono gli ingredienti-chiave intorno ai quali ruotano tutte le composizioni. Cinematiche e struggenti, le melodie evocano talvolta scenari goticheggianti, grandiosi e senza tempo (To forget), risplendendo di estasi liturgiche (Black shroud, che richiama alla memoria gli Early Day Miners). La progressione e le armonie vocali liquide di A sea estranged us rimandano invece a spazi interstellari, galassie lontanissime, in cui fluttuare sino a smarrirsi. O a dimenticare. Esemplari, in tal senso, gli arpeggi iterati e i beat ripetitivi di Sad, sad song e i riverberi mesmerizzanti della lentissima Every blade of glass, due preghiere narcolettiche che suonano come certe cose dei Low caricate di un pathos sigurrosiano.
Non ci sono solo gli archi in To forget. Talvolta è il piano a condurre le danze, come nella splendida e sconsolata All my, nel brevissimo strumentale Maya’s song o nella ninna-nanna bucolica Of this sorrow, posta a chiusura di disco quasi a voler segnare un percorso che, seppur doloroso, procede dalle tenebre alla luce.
Cè poco altro da aggiungere. L’unica cosa da fare è mettersi comodi, schiacciare il tasto “play” e godere sino in fondo delle meraviglie di un album ricco di momenti di straordinaria intensità e sincero sino alla commozione come To forget. Chapeau.
