Paolo e Vittorio Taviani – Cesare deve morire

Cesare deve morire è la dimostrazione che l’arte rende liberi, anche solo per poco, sulle tavole di un palcoscenico. William Shakespeare sembra avere scritto il Giulio Cesare per i detenuti della sezione alta sicurezza di Rebibbia, che prestano i loro nomi, le loro facce e le pene per cui si trovano in prigione al film di Paolo e Vittorio Taviani. Il carcere prevede un programma di riabilitazione attraverso il teatro e i detenuti sostengono un provino per prendere parte alla rappresentazione dell’opera del drammaturgo inglese, che verrà riproposta in modo nuovo e originale, con i galeotti che recitano nel loro dialetto d’origine.

Il confine con la realtà è molto sottile, perché i temi del Giulio Cesare sono attuali e i carcerati conoscono bene i vantaggi e gli svantaggi del potere, della violenza e del significato della parola “onore”, dal momento che alcuni di loro stanno scontando condanne per reati mafiosi. Tutta la retorica del Giulio Cesare poggia sull’onore, o meglio, sulla relatività del concetto d’onore. Bruto motiva l’assassinio di Cesare con l’amore per Roma e la libertà, descrivendo il morto come un uomo ambizioso e per questo pericoloso; Antonio riesce a screditare i congiurati attraverso un abile gioco dialettico, partendo proprio dalle parole di Bruto e capovolgendone il significato, senza rischiare ritorsioni da parte dei neo potenti di Roma, poiché alleggerisce tutte le sue argomentazioni pro Cesare concludendo con un «però Bruto è un uomo d’onore» (e la parola di un uomo d’onore ha sempre un peso importante).

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Antonio dimostra due cose: che la verità è un concetto relativo, poiché «Bruto dice», e non è detto che alle sue parole corrispondano verità universali; poi, che a fare la differenza nella storia è proprio la parola, che consente di ottenere o perdere il potere politico a seconda di come viene utilizzata e diretta al popolo. Lo stesso vale sul palco, dove ciascuno interpreta una parte: nel Giulio Cesare ogni ruolo è finalizzato a un progetto, mai del tutto esplicito, che si nutre di ambiguità, dubbi, incertezze. Molti critici hanno sottolineato nei loro studi la doppiezza dei personaggi del dramma, mai completamente giusti o ingiusti, buoni o cattivi, sempre contraddittori, legati alla necessità di convincere circa la bontà delle loro scelte ma, nello stesso tempo, combattuti poiché intravedono nelle loro azioni qualcosa di sbagliato o, come direbbe Amleto, di «marcio». Il film dei Taviani è girato in bianco e nero, a cui si contrappongono poche immagini a colori: gli attori sono animati da una grande passione, s’immedesimano nei ruoli senza ignorare che, a spettacolo finito, ognuno tornerà nella sua cella.

Non è mai facile rileggere un grande come Shakespeare senza cadere in qualche errore stilistico o senza perdere la potenza e la vitalità delle sue opere. Cesare deve morire è riuscito nell’impresa e i volti dei carcerati di Rebibbia, in cui si possono leggere rabbia, frustrazione e fragilità, sono destinati a rimanere impressi per molto tempo nella mente dello spettatore.

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