Hanne Hukkelberg – Featherbrain

Non è facile da catalogare, Hanne Hukkelberg. Sin dagli esordi (Little things, 2005), la cantautrice ha evidenziato un approccio sperimentale alla forma-canzone, guardandosi bene però dallo scadere nel solipsismo di certa avanguardia. La scoperta della musica tramite il suono degli utensili da cucina alla tenera età di tre anni, il successivo studio del piano, della chitarra, della batteria e di tutta una selva di strumenti atti a creare rumore, la laurea alla National Academy of Music di Oslo, la militanza in band metal, progressive e free-jazz, e il recente tour con i Wilco (2010) gettano (in parte) una luce sull’eziologia della scrittura della songwriter norvegese. La quale, comunque, rimane per lo più difficile da incasellare. Featherbrain è the «missing link», l’«anello mancante». La definizione è della stessa Hanne, un modo come un altro, insomma, per dire che un cerchio si è chiuso, che un progetto è giunto a piena maturazione. Non si possono comprendere i precedenti lavori, sostiene la norvegese, se non alla luce di quest’ultimo, che in qualche modo li racchiude tutti. . E in effetti, nella quarta fatica della musicista di Kongsberg riecheggiano tanto l’eccentricità pop-jazz del debut, Little things che il calore e il lirismo di Rykestraße 68 (2007) e il romanticismo indie-oriented di Blood from a stone (2009).

Se fossimo costretti a fare qualche nome, potremmo citare come modelli Björk o i Cocteau Twins, ma sarebbero comunque fuorvianti. Anche perché siamo ben lontani da produzioni scintillanti, magniloquenti: l’aria che si respira è quella di un album “home-made”, nonostante il lo-fi qui c’entri poco. È musica minimale, questa, che si nutre di piccoli eventi sonori (i fischi e i tintinnii di The bigger me), in cui nevrosi ritmiche e disarmonie contrastano con il sussurro delicato della voce (Featherbrain), la quale s’impenna e si moltiplica in mille rivoli, trasformando deliqui malinconici in crescendo estatici (Noah). Ci si muove tra impetuosi paesaggi dreamy (My devils, il primo singolo), inquiete confessioni notturne (I sing you) e sfrenate danze tribali (You gonna), passando per prewar-folk “lynchiani” (SMS) e solenni declamazioni liturgiche (The time and I and what we make), senza perdere mai il filo, ed anzi vogliosi di continuare l’esplorazione, di immergersi in recessi sempre più oscuri. In questo senso, Too good to be good, nel suo mescolare folate sinistre di archi, iterazioni chitarristiche, loop ritmici e crescendo percussivi, immergendoli in atmosfere terrificanti, è esemplificativa dell’intero disco, in cui dolcezza e rabbia, luce e ombra, piano e forte convivono in un gioco di continue alternanze e sovrapposizioni.

Per Featherbrain la Hukkelberg ha adoperato anche la definizione di «antique pop music»: e in effetti, ascoltando Erik, posta proprio in chiusura di album, non si può darle torto. Un piano meccanico scordato fa da supporto all’incastro tra le voci di Hanne e dell’ottantottenne Erik Vister, dando forma ad una melodia spettrale, dal sapore vagamente Black Heart Procession.

In Featherbrain, quindi, la songwriter nordeuropea condensa tutti gli elementi della propria scrittura trovando una sintesi che è anche un superamento. Non un banale mash-up di esperienze passate, insomma, ma una creatura nuova, luccicante d’intensità sofferta e brillante di nuovi spunti: la chiusura di un cerchio, dicevamo, che sembra tuttavia preludere ad un nuovo inizio.

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