Prinzhorn Dance School – Clay class

“Scarna” è il termine migliore per definire la musica dei Prinzhorn Dance School. Il duo inglese, composto da Tobin Prinz e Suzi Horn, ha infatti da sempre puntato su un impasto minimalista ed essenziale di bassi, chitarre e batteria per costruire partiture post-punk dal sapore ipnotico, oscuro. L’eponimo album d’esordio, pubblicato nel 2007, s’era imposto all’attenzione della critica per un mix, sulla carta in effetti assai intrigante, di Talking Heads, Gang of Four, Fall, Wire, PIL, Devo e Young Marble Giants, evidentemente memore anche dei no/new-wavers di seconda generazione (The Kills e XX). Il disco, tuttavia, non riusciva a decollare, a causa di una scrittura che aveva trovato sì la sintesi, ma a scapito della varietà stilistica, adottando un tono monocorde che stendeva una patina di noia sulle sedici tracce. Ahinoi, questi stessi limiti si ritrovano nel suo successore, Clay class.

Licenziato dalla DFA (il predecessore, invece, recava il marchio Astral Werks), l’LP non sposta di una virgola il baricentro stilistico del duo di Brighton, proponendo le solite tessiture sonore scarnificate e mesmerizzanti, contraddistinte da declamazioni solenni, battiti marziali e andamenti robotici (Usurper), giri di basso/chitarra funky, drum machine e call and response isterici (Your fire has gone out), romanticismi raggelati (I want you) e litanie funeree a base di picking iterati e bombardamenti digitali (Right night in Key West). L’austerità formale, tuttavia, non riesce a trasmettere quella sensazione di gelo interiore di cui sembrebbe volerne essere il significante. Le geometrie ossute di Happy in bits, le abrasioni elettriche di Seed, crop, harvest o il sapore quasi improvvisato di Snake the jar puntano ad eliminare dalla forma canzone gli orpelli, attuando un processo di essiccazione il quale, tuttavia, oltre che asciugare la struttura delle ballate, le priva anche di quell’angoscia rattenuta che contrassegnava i capolavori del rock post-’77 più gelido e distaccato. Le undici composizioni, insomma, scivolano lentamente nella monotonia, complice un songwriting incapace di andare oltre un pauperismo cromatico fine a se stesso.

Quella di Tobin e Suzi, insomma, è l’ennesima forma di revivalismo, solo venduta in una confezione dall’aspetto un pizzico più raffinato. Nessuno sconvolgimento delle regole, nonostante un nome preso a prestito da un noto psichiatra (il dottor Hans Prinzhorn) che confezionava le produzioni “artistiche” dei suoi pazienti: i brightoniani sono l’ennesimo act piacevole ma innocuo che in questi anni di “retromaniaci” (per dirla con Simon Reynolds) affolla gli scaffali dei negozi di dischi.

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