Guided by Voices – Let’s go eat the factory

Otto anni senza i Guided by Voices: per i fan(atici) dell’indie, l’equivalente della biblica traversata nel deserto. Non che il buon Robert Pollard nel frattempo sia stato avaro di pubblicazioni: ma vuoi mettere le pallide uscite soliste dell’ex maestro di scuola elementare (o quelle del fido chitarrista Tobin Sprout) con le release dei paladini del rock alternativo? Ecco, la prolificità. Chi conosce la discografia della formazione di Dayton, Ohio, saprà certamente che la quantità vi ha sempre giocato un ruolo fondamentale: dall’esordio del 1987 (Devil between my toes), con questo fanno 17 album di studio, più, ovviamente, svariati EP e live. E poi, le scalette: non meno di quindici pezzi per volta, anche se poco più che schegge, confermano l’idea di una creatività chiassosa, caotica.

Da questo punto di vista, Let’s go eat the factory non fa eccezione: 21 brani per 42 minuti circa di durata complessiva. Come sempre, l’eclettismo è la norma: folk-rock, “British invasion”, new wave, psichedelia e college-rock i riferimenti principali, tenuti insieme da un sound che, dopo Under the bushes under the stars (1996), s’è fatto decisamente più professionale rispetto ai primi “classici” della band (Bee thousand, 1994). Le chitarre giocano, neanche a dirlo, un ruolo fondamentale. La progressione nervosa di Laundry and lasers, ad esempio, ne è la riprova, così come la furia Pixies di The head o l’hard-rock à la Come togheter di Imperial racehorsing. Il mood generale è rabbioso, tendente al drammatico (Either nelson e We won’t apologize for the human race, strana commistione di Genesis e Pavement); di tanto in tanto, però, i volumi s’abbassano, e una malinconia agrodolce si fa largo in forma di folk-rock remmiani (Doughnut for a snowman e Chocolate boy) o teneri valzerini intonati in punta di piedi (Who invented the sun). La varietà del materiale trattato è tale da accomunare stralunati interludi alla Devo (The things that never need, nella scia di Fitter happier dei Radiohead), antiche nenie Irish “orchestrali” (Old bones, in realtà tutta sintetica) e hard-blues hendrixiani decostruiti (The big hat and toy show).

Il consueto tocco “arty” è assicurato dagli arrangiamenti, brillanti, con flauti, trombe, tastiere ed archi ad interagire con basso-chitarra-batteria e a cementificare la coerenza stilistica dell’album. Buon rientro: godiamocelo, prima del prevedibile fiume di nuove pubblicazioni a firma Guided by Voices che ci inonderà nei mesi successivi.

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