Ripresa di campo lunghissimo, prima scena girata all’esterno: due bambini hanno un diverbio e il figlio dei Cowan ferisce al volto il figlio dei Longstrett, spezzandogli due denti. Subito la regia si sposta all’interno e ci rimane per l’intero film. La rappresentazione “teatrale”/”cinematografica” (tratta dalla piéce di Yasmina Reza, anche co-sceneggiatrice, Il Dio del massacro) si svolge a Brooklyn in un appartamento. La narrazione dura esattamente 79 minuti che bastano per scatenare l'”inferno”. I Longstreet (Jodie Foster e John C. Reilly) padroni di casa accolgono amichevolmente i Cowan (Kate Winslet e Christoph Waltz). Il mondo si svolge dentro, l’unico contatto con l’esterno è dato dalla mediazione del cellulare e degli affari finanziari di Alain Cowan. I quattro si ritrovano a scrivere la dichiarazione “pacifica” del fatto avvenuto. Veronique Longstrett rappresenta la figura radical chic, scrittrice di libri sulla cultura africana e occupa metà del suo tempo presso una libreria di arte e storia (i libri di Bacon e Kokoschka sopra al tavolo), mentre il marito Michel è grossista di casalinghi ed intellettualmente subordinato alla moglie. La famiglia Cowan invece si configura con Alain, avvocato di una multinazionale farmaceutica “inseguito” dal suo blackberry per sanare una class action intentata per il risarcimento degli effetti indesiderati di un certo farmaco e Annette che veste il ruolo di una consulente patrimoniale e che soffre della relazione coniugale.
Il tentativo di reciproca comprensione viene messo in crisi fin dall’inizio del film, Polanski fa vomitare il clichè dell’ipocrisia “borghese” a là Buñuel, il regista surrealista spagnolo capace di sdoganare ogni tabù (Il fascino discreto della borghesia, 1972 e L’Angelo Sterminatore, 1962). In Carnage prima si implode poi si esplode… Annette si lascia ad un conato di vomito che investe parte di Alain e i libri d’arte sul tavolino («Accidenti, il mio Kokoschka! Santo cielo», urla Véronique). Una crisi di nervi, il clausfotis (torta di mele e pere) forse la causa. Dopo questa liberazione dal corpo degli impulsi nervosi e delle parole trattenute da parte di Annette, la scena si modifica di colpo. Ogni tentativo di sfuggire dalla situazione da parte della famiglia Cowanè vana, non riescono ad oltrepassare la porta dell’ascensore. Lo specchio del tavolino lucido nell’appartamento, i tulipani freschi comprati al mattino al mercato non bastano per evitare il “massacro di dio” in cui Alain crede fermamente, oltre cha a John Wayne («Io credo nel Dio del massacro. È il solo che ci governa in modo assoluto, fin dalla notte dei tempi»).
Il senso di claustrofobia è fatale, il respiro viene a mancare e il salotto si trasforma in un inferno sartriano: «l’inferno non sono gli altri, ma è l’Altro (da sé)». La regia mette a nudo i personaggi, li scopre. Veronique urla come nel quadro di Munch, Michel spalanca i suoi denti da lupo perdendo la maschera della bonomia, Alain dopo essere rimasto in mutande afferma il suo egocentrismo faustiano, mentre Annette piange l’assenza del marito preso a rispondere prontamente al telefonino fino a quando non finisce nell’acqua del vaso dei fiori scatenando l’ilarità delle due donne. Qui la situazione precipita dentro un bicchiere di rum fino all’orrore del massacro. Si vomitano insulti, parole, singhiozzando. «Il peggior giorno della mia vita», esclamano i protagonisti uno ad uno.
Carnage mette alla berlina i suoi protagonisti, li ridicolizza, portandoli al grado zero dell’assurdo e della vergogna di una tragedia irrimediabile dimenticando il tentativo di riconciliazione infantile ed (in)civile. Le coppie si invertono, ormai donne contro uomini dietro ad un cinismo portato all’esasperazione di una rappresentazione borghese consumata in un quieto appartamento dove si generano mostri “ubriachi”. La carneficina si è compiuta e Polanski (anche se rinchiuso agli arresti domiciliari) ha ritrovato se stesso in questa piéce, ma chi può dirlo!!!.
Il regista polacco (naturalizzato francese) porta il teatro al cinema superando con abilità l’asfissia dell’ambiente unico, e i quattro attori con grande abilità e professionalità raccolgono la sfida in modo mirabile. Entrambe le coppie indagando le dinamiche di questa aggressione puramente fisica e finiscono per sprigionare una nevrosi e una tensione, inimmaginabile. Carnage è breve e incisivo come ogni battuta di Alain (Christoph Waltz, un “bastardo senza gloria”) l’unico a salvarsi l’anima (e la società farmaceutica, forse). Carnage in altre parole è crudeltà e splendore, Caos ed equilibrio, come in un quadro di Bacon.
