Riccardo D'Anna La figura di cera

Riccardo D’Anna – La figura di cera

Più che un horror, La figura di cera di Riccardo D’Anna è una sorta di romanzo gotico, un noir a sfondo storico che concilia abilmente realtà e finzione. Opera matura e sofisticata, curata fin nei minimi dettagli, non riesce tuttavia a conquistare fino in fondo il lettore. Colpa forse dell’eccesso di riferimenti letterari colti, inaccessibili al lettore medio (certo, a spiegarli ci sono le note che però, quando sono troppe e, come in questo caso, poste a fine capitolo, interrompono la narrazione distogliendo l’attenzione da una trama di per sé già abbastanza complessa). Oppure della trama intricata e spesso poco approfondita, che sinceramente – ma forse si tratta di un mio limite – in molti punti ho faticato a seguire; o ancora dei personaggi ineffabili, poco approfonditi, dai nomi astrusi e difficilmente memorizzabili. Probabilmente – ammesso e concesso che la colpa non sia da imputare a un recensore particolarmente distratto dal caldo estivo – sarà stato l’insieme di questi difetti a rendermi ostica la lettura de La figura di cera. Eppure, quando ho letto la quarta di copertina, le premesse perché mi piacesse c’erano proprio tutte.

Nel gelido inverno del 1958, Londra viene sconvolta da una serie di strani suicidi che attirano l’attenzione dell’ispettore JohnTyrrel, convinto che si tratti in realtà di omicidi sapientemente occultati, riconducibili all’assassinio, avvenuto qualche tempo prima, di una giovane coppia nel Lancaster College di Cambridge. Affiancato da un gruppo di colti amici e rischiando ripetutamente la vita, Tyrrel si metterà sulle tracce di una misteriosa “figura di cera”, il simulacro della marchesa Lucrezia d’Ateleta di Montevago, donna di grande fascino, appassionata di spiritismo e occultismo, nonché musa ispiratrice di D’Annunzio. Caduta in disgrazia e poi morta in un appartamento londinese, la marchesa potrebbe essere tornata in vita proprio grazie al suo calco, per recuperare il quale i protagonisti si recheranno dapprima a Venezia, dove incontreranno Peggy Guggenheim, e poi a Berlino, una città ancora stravolta dal recente conflitto mondiale, in cui sopravvivono gli ultimi, irriducibili scampoli delle società segrete che costituirono la base esoterica e occulta dell’ideologia nazista.

D’Anna dimostra di essere un vero maestro nelle descrizioni dei luoghi, riuscendo a trasmettere atmosfere cupe, intriganti, che creano una sottile inquietudine in chi legge. Anche la prosa è squisitamente elegante, benché talvolta oscura e caratterizzata dalla frequente ripetizione di alcune forme linguistiche. Nel complesso, tuttavia, queste indubbie qualità non fanno altro che accrescere il rimpianto per un romanzo che aveva tutte le premesse per essere un piccolo capolavoro, e che invece appare ostico e incoerente, a tratti quasi incomprensibile.

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