Sons of Klà! – La decade deu disaju

L’ascolto di un disco dei Sons of Klà! è un’esperienza più articolata di quanto non possa sembrare in apparenza. Perché, malgrado la sua vena giocosa ed il piglio ironico, la musica del duo marchigiano è tutt’altro che facile. É un po’ come trovarsi improvvisamente catapultati, novelli Alice nel paese delle meraviglie, in uno strano sogno: facce, ambienti ed oggetti che fino ad un istante prima ci sembravano familiari, perdono l’aria consueta e rassicurante di sempre ed assumono contorni strani, tra il sinistro ed il buffo. Fa un po’ quest’effetto, l’ascolto di un disco dei Sons of Klà!.

Bread Milk e Demian Maravich si fingono clown, e forse un pizzico lo sono per davvero, ma dietro quella maschera da buffoni si celano due raffinatissime intelligenze musicali. Come bambini capricciosi, i due, armati di chitarra, basso e Logic Pro, si divertono a smontare e rimontare la materia-canzone a proprio piacimento, generando curiose creature sonore dalle mille teste. Tuttavia, Bread e Demian non sono bambini ed il loro non è un gioco, ma l’attuazione sistematica di un preciso progetto di decostruzione dei generi musicali tradizionali. Come il suo predecessore (il bellissimo “Of Soul of March”, uscito nel 2009), anche “La Decade deu Disaju” è un caleidoscopio sonoro in cui elettronica, dub, tribal, minimalismo, funk, rock, trip-hop, folk, psichedelia e chi più ne ha più ne metta si sovrappongono e si compenetrano in modo mai scontato e sempre imprevedibile, dando origine ad affreschi le cui linee, in apparenza, sembrerebbero tracciate sulla spinta di un raptus di pazzia. In realtà, anche quando la vena improvvisativa prende il sopravvento, nelle partiture dei Sons of Klà! si può rintracciare sempre un ordine, una geometria. Chiamatela “follia controllata”, se vi va, ma non pensate a sterili esercizi di solipsismo sperimentale: è evidente come Bread e Demian si divertano sul serio a fare ciò che fanno, e forse è questo il loro segreto.

Le dodici tracce che compongono l’album sono un saggio di postmodernismo musicale. Si nutrono di piccoli dettagli, schegge, frammenti sonori che, accostati in modo opportuno, compongono un puzzle che ritrae un paesaggio ricchissimo e variegato. Prendiamo 6 January, traccia di apertura. La sua struttura, in fondo, è semplice: fa leva sulla stratificazione di minacciosi accordi di piano, battiti tribali, disturbi rumoristi, chitarrine in picking processate ed una melodia vocale che conferisce al pezzo quelle sembianze da mantra esotico. Eppure, la ricchezza dell’insieme e, soprattutto, la suggestione che esso produce, non sono spiegabili semplicemente con la sommatoria delle varie componenti. La successiva Fever testimonia la passione dei Sons per la mescolanza di sonorità groovy e psichedeliche, ma anche per i contrasti: il suadente ed ipnotico pattern del pezzo è sfregiato, sul finale, da vocals isteriche. L’approccio chiaroscurale contrassegna anche Colore, che alterna passaggi sinistramente magnetici (degni dei Massive Attack) a schizzi di chitarrine disco-funky anni ’70. Disaju, dal canto suo, è esattamente ciò che il titolo promette: un microsaggio di alienazione, giocato su una melodia minimalista di piano avvolta da bassi cupi e condotta con un piglio demenziale il quale, tuttavia, non cancella la sensazione di malessere che aleggia sul pezzo.

Ga-Low è la parodia di una ballata lo-fi folk, con tanto di solo finale d’armonica. Decisamente più interessante, però, Last Night on Earth, con le sue pulsazioni sporchissime su cui si innesta un ringhio industrial che culmina, grazie ad una sorprendente operazione di cut’n’paste, in un rock’n’roll d’antan. Little Jails si fa notare per il ritornello r’n’b, mentre Quiproquorum sfodera un cantato ridicolo, chitarre funky, fiati jazz, intermezzi samba, fluttuazioni sintetiche ed elettronica da dancefloor. Il rock digitale di Sisssior Tool, percorso da una notevole tensione psicologica, fa da preludio al capolavoro del disco, Southern Rock Piano Will Tell You the Truth, summa della loro arte postmoderna. L’attacco del pezzo è all’insegna di una sorta di ballabile snello e cubista per androidi; ad un tratto, in questa fitta trama di bit (resa ancor più angosciante dal sample mandato in loop di una risata folle) si inseriscono una progressione in crescendo di piano, tribalismi e fanfare r’n’b, che fanno pensare più ai Rolling Stones di Simpathy for the Devil che a Lynyrd Skynyrd o Allman Brothers Band. Oro’scopo (presa in giro dell’astrologia e di quanti vi ripongono la loro fede) è disco alienata e minimalista, che forse piacerebbe a Max Collini e ai suoi Offlaga (anche se la chiusura del pezzo è affidata ad una chitarra elettrica che accenna un vibrante solo blues-rock – non a caso parlavamo prima di “frammenti sonori”…). Make Me Blue è il pezzo più sperimentale della raccolta, un complesso incrocio di campionamenti, loop e voci in delay (con Demian che urla in un kazoo…), contraddistinto da impennate nevrotiche, disturbate.

Termina così “La Decade deu Disaju”, viaggio sonoro di straordinaria intensità, che, per la sua maggior compattezza e coerenza stilistica segna, rispetto ai suoi predecessori, il definitivo salto di qualità dei Sons of Klà!: non più brillante promessa, ma solida realtà dell’underground italiano.

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