Kenji Mizoguchi – I racconti della luna pallida d’agosto

Assieme a Kurosawa e Ozu, Kenji Mizoguchi è considerato uno dei padri del cinema giapponese. La grande cura per la fotografia (caratterizzata dalla frequenza di suggestivi campi lunghi) e la profonda umanità dei suoi racconti lo hanno reso uno dei registi giapponesi più apprezzati in Occidente, lodato in particolare da registi della Nouvelle vague come Godard e Rivette: è grazie alla grande dote di autori come Kurosawa e Mizoguchi che il cinema nipponico è riuscito a sfondare i confini del proprio paese per arrivare, con giusto merito, ad essere conosciuto e apprezzato anche nei maggiori festival occidentali. Parliamo dunque proprio di uno dei film più celebrati di Mizoguchi, insignito del Leone d’argento a Venezia nel 1953, dal titolo italiano I racconti della luna pallida d’agosto.

La trama condensa in un’unica storia spunti letterari ricavati da due diversi autori: in parte il regista si rifà ad uno dei molti racconti fantastici firmati Guy de Maupassant, ma come fonte primaria, dalla quale il film trae il suo titolo originale Ugetsu monogatari, sono scelti i Racconti di pioggia e di luna dello scrittore settecentesco Ueda Akinari, opera considerata una delle più celebri antologie di racconti sovrannaturali della letteratura giapponese. Il film narra la storia dei due fratelli contadini Genjurō e Tōbei e delle rispettive mogli, Miyagi e Ohama. Genjurō, padre di famiglia, guadagna bene grazie alla sua attività di vasaio, che svolge con l’aiuto della consorte e del fratello, che però ambisce a diventare samurai. Quando il loro villaggio viene saccheggiato da un gruppo di soldati in preda alla miseria, i quattro sono costretti ad abbandonare le proprie case, attraversando un vicino lago per evitare le razzie: Genjurō, valutati i rischi dell’attraversata, decide di separarsi da Miyagi e dal figlio, promettendo di tornare non appena venduti gli ultimi vasi, la sola ricchezza rimasta alla sua famiglia.

Tuttavia raggiunto il mercato la situazione prende una svolta drammatica, dettata dall’ambizione dei contadini: Tōbei, accecato dal suo desiderio di diventare samurai, raggiunge l’obiettivo compiendo un atto disonorevole e dimentica di prendersi cura della compagna Ohama, che viene violentata e accolta in un bordello; Miyagi vaga in cerca di cibo su un territorio attraversato da bande di uomini affamati e briganti, attendendo vana il ritorno del marito Genjurō che, nel frattempo, si lascia sedurre dalla misteriosa Lady Wakasa (interpretata da Machiko Kyō diva di Rashomon), donna ricca e affascinante, che lo accoglie nel suo palazzo dopo averne ammirato la bravura di artigiano.

ugetsu

Ugetsu, punendo l’eccesso di ambizione dei due uomini, si configura come un racconto morale, le cui basi si fondano sul connubio tra due tipici generi del cinema giapponese: il kaidan, termine che indica genericamente storie di fantasmi, e il jidaigeki, ovvero il dramma storico in costume. L’elemento sovrannaturale fornisce il pretesto per rappresentare metaforicamente la perdizione del contadino Genjurō che, sull’onda del successo ottenuto dai suoi vasi, si lascia sedurre dalla donna-fantasma Wakasa, simbolo del desiderio: essa rappresenta gli illusori sogni di ricchezza e bellezza preclusi ai poveri contadini e concessi a Genjurō.

Ma Wakasa si rivelerà essere un’entità maledetta: spezzata l’illusione, il ritorno alla realtà non può che essere drammatico e Mizoguchi, alternando toni lirici a momenti di brutale realismo, intende inquadrare la tragica vicenda del contadino in un contesto più ampio, raccontando il disagio e la miseria di un intero popolo. In questo quadro va notata la grande importanza attribuita alle principali vittime di questo mondo così spietato e caotico, ovvero le figure femminili, le sole in grado di ricondurre l’uomo sulla retta via grazie alla loro grande forza interiore. Una forza che Mizoguchi, regista che ha sempre avuto un occhio di riguardo verso il mondo femminile, ha reso protagonista di questo come di molti altri suoi film, specialmente in La vita di O-Haru.

 

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