Mario Bava – La maschera del demonio

Mario Bava è universalmente considerato come il maestro italiano dell’horror: il suo apporto nel determinare una linea estetica e strategie registiche capaci di ridare nuova carica al genere è ampiamente riconosciuto (nonostante i critici di quegli anni poco si interessassero ai film dell’orrore). Dopo anni passati a lavorare come direttore della fotografia (tra gli altri collaborò con Monicelli), Bava produce nel 1960 il suo primo lungometraggio, La maschera del demonio: una pellicola seminale del cinema non italiano ma mondiale, citata da contemporanei registi di culto (Tim Burton nel suo Sleepy Hollow) per i quali Bava sicuramente ha costituito un modello, sia per la perfezione dei suoi movimenti di macchina che per l’estetica generale dei suoi film, curata nei minimi dettagli e costruita con ingegno e una creatività a basso costo.

 

La trama richiama la tradizione di certa letteratura gotica ottocentesca, i cui elementi topici tradizionali sono edifici in rovina, presenze malvagie e spesso forme macabre di erotismo. Lo spunto è offerto da un racconto folkloristico slavo di Gogol, Il Vij. Il dottor Kruvajan e l’assistente Gorobec stanno attraversando la Moldavia quando la loro carrozza si rompe nei pressi di una chiesa abbandonata, luogo evitato dagli abitanti della zona. I due esplorano le rovine e rinvengono la tomba della strega Asa, riconoscibile per la demoniaca maschera di ferro conficcata nel suo volto come supplizio. Kruvajan, accidentalmente ferito da un vetro rotto, perde alcune gocce di sangue sul volto della morta: assumendo la linfa vitale come un vampiro, Asa risorge e richiama alla vita Javuto, stregone giustiziato assieme a lei due secoli prima. I due cercano di ottenere vendetta sui propri giustizieri, la famiglia Vajda di cui la strega fece parte: la maledizione di Asa si ritorce contro i suoi stessi discendenti, la principessa Katia e il fratello Costantino.

 

 

Nonostante il film rappresenti l’esordio di Bava alla regia, la macchina da presa è utilizzata con una perizia straordinaria, rendendo La maschera del demonio un vero gioiello del cinema nostrano: un buon film è fatto di contenuti (e qui la trama è piuttosto accattivante) ma anche di forma, ovvero di tutta una serie di movimenti di macchina e inquadrature ragionate che fanno da sostegno alla narrazione, generando tensione, sorpresa, timore. L’esperienza di Bava in ambito fotografico è resa palese dalla scelta di un suggestivo bianco e nero e da alcuni espedienti tecnici innovativi ma artigianali, come l’utilizzo di trucco e luci colorate per creare effetti soprannaturali (esempio celebre quello del ringiovanimento della strega).

 

Importanza non secondaria ha poi la figura di Barbara Steele (suo il volto sia di Asa che della principessa), attrice resa celebre da questo film e conosciuta oggi come regina dell’horror (ma la ricordiamo anche in ): la sua pallida bellezza coerente con l’estetica gotica e questa prima interpretazione da strega l’hanno resa uno dei volti simbolo dell’horror, genere che ha marcato l’intera sua carriera.

 

 

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