Ari Folman – The Congress

Robin Wright, nella parte di se stessa, interpreta un’attrice che viene convinta dal suo agente (Harvey Keitel) e dalle precarie condizioni di salute del figlio ad accettare l’ultima proposta che lo studio Miramount ha in mente per lei: scannerizzare il suo corpo e tutte le sue espressioni per ricreare digitalmente una “copia” da poter utilizzare a seconda del volere dello studio. In cambio Robin riceverà una grande somma di denaro e la possibilità, almeno sullo schermo, di rimanere giovane per sempre. Venti anni più tardi, alla scadenza del contratto, l’umanità vive ormai in uno stato perenne di allucinazione, tant’è che tutti, inalando una sostanza, possono assumere le sembianze di chi desiderano.

 

 

Questa riassumendo, è la trama di The Congress, film che segna il ritorno, dopo la consacrazione mondiale arrivata con Walzer con Bashir, del regista israeliano Ari Folman. Tratto dal libro “The Futurological Congress” di Stanislaw Lem, quello di Folman è però un film difficilmente riassumibile. A lungo accarezzata dal regista di Tel Aviv ed infine portata a compimento proprio grazie al grande successo del film precedente, la pellicola è un opera grandiosa, potente, ipnotica, che però deve fare i conti, specialmente nella seconda parte, con un sovraccarico di informazioni e di sottotesti che appesantiscono la narrazione e rischiano di compromettere la riuscita di intere sequenze sulle quali molte volte il regista sembra non avere il pieno controllo. Quello che destabilizza lo spettatore non è tanto la comparsa in ordine sparso del gatto Felix, di Michael Jackson di Mohammed Ali o di Tom Cruise (nei panni di se stesso!), quanto piuttosto un salto troppo netto tra una prima parte live action in cui prevale l’introspezione psicologica e una riflessione amara sul futuro del cinema, e una seconda parte animata, totalmente delirante, che allarga il discorso all’umanità intera e all’illusione che da essa viene perpetuata.

 

É come se nello stesso calderone Ari Folman ci avesse messo dentro il tema della smaterializzazione dell’attore che lega a doppio filo Avatar, Simone e Andy Serkis (tre “esponenti” della motion capture), il tema del capitalismo e della vita come sogno presente in Paprika e Matrix e il tema del delirio allucinatorio di Yellow Submarine. Perchè dietro al discorso fantascientifico ce n’è uno più profondo che riguarda al contempo la morte del cinema e la sua celebrazione: il cinema, o meglio, lo spettatore è morto, sembra dirci il regista. Allo stesso modo di come ce lo mostrava Leos Carax in Holy Motors. Quel cinema fatto di citazioni, remake o reboot è tutto un illusione, come forse lo è la vita stessa. Ma è solo tramite questa illusione che possiamo essere felici. D’altro canto “niente ci fa sentire più vivi che la morte degli altri”.

 

 

 

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