Quando una filmografia è composta da una parodia (Zora la vampira), un thriller (Piano 17), un film di fantascienza (L’arrivo di Wang) e un horror (Paura 3D) è naturale che il tuo lavoro sia etichettato come “cinema di genere”. Ma le etichette si sa, non riescono quasi mai ad inquadrare perfettamente una determinata pellicola, specialmente se si tratta dei Manetti Bros. Quello dei due fratelli romani infatti è sempre stato un cinema che, pur partendo da una precisa categoria filmica non si è mai ridotto ai clichè e agli stereotipi classici e ha trovato nella particolare commistione di influenze e tecniche cinematografiche, la propria caratteristica fondamentale. «Forse – hanno detto i Manetti – in realtà noi siamo gli unici non di genere, che non si preoccupano di darsi un’etichetta, mentre è come se il resto dei registi italiani appartenesse a due soli generi, o la commedia o il film d’autore».
Non sfugge a questa analisi nemmeno l’ultima loro fatica cinematografica, Song’e Napule, dove il poliziottesco anni ’70 alla Thomas Milian si fonde con il musicarello alla Nino D’Angelo. Intrattenimento quindi, ma senza disprezzare uno sguardo molto attento e intelligente alla realtà e alla situazione sociale italiana.
Paco (Alessandro Roja) è un giovane diplomato al conservatorio che trova, grazie alla raccomandazione di sua madre, un posto in polizia dove viene relegato però a semplici mansioni di ufficio. Un giorno il suo destino si scontra con il commissario Cammarota (Paolo Sassanelli) che, dovendo catturare un potente camorrista detto O’ Fantasma, ha l’idea di infiltrarlo come pianista nella band del cantante neomelodico Lollo Love (Giampaolo Morelli), che dovrà suonare al matrimonio della figlia di Mazza di Ferro, grande amico del boss. Il povero Paco sarà quindi costretto a dimenticare la perfetta dizione, vestire abiti sgargianti e cambiare il suo nome in Pino Dynamite.

Tratto da una sceneggiatura scritta a otto mani insieme all’attore coprotagonista Giampaolo Morelli e al fumettista Michelangelo La Neve, e prodotto dalla Devon Cinematografica di Luciano Martino, recentemente scomparso, il film dei Manetti è senza dubbio il risultato cinematografico più alto della loro ventennale carriera. Al netto di qualche disattenzione narrativa e qualche grossolaneria (specialmente nel finale, troppo lungo) la pellicola conserva, grazie anche alle ottime interpretazioni tutta quella carica di entusiasmo che i registi trasmettono in maniera davvero contagiosa, collocandosi a metà strada tra un prodotto cinematografico di serie B e uno televisivo di altissima qualità. Ma ancora una volta, le distinzioni, come quella tra cinema e televisione, non contano per i fratelli Manetti. «Da parte nostra non c’è né appartenenza, né classificazione né ricerca, ma solo libertà».
Eccola l’etichetta, se ce n’è una, per questo film.
