Fra remake e storie mutuate dalle fiabe, pure questo 2014 sembra non sarà all’insegna delle sorprese. Se dagli Stati Uniti sta per arrivare Maleficent, una rilettura della Bella Addormentata, questa volta raccontata dal punto di vista dell’antagonista (interpretata da un’affascinante Angelina Jolie), all’ultima Berlinale è stato presentato La bella e la bestia di Christophe Gans, con Léa Seydoux (di recente abbiamo recensito anche La vita di Adele, di cui è stata protagonista lo scorso anno) e Vincent Cassel.
Pellicola destinata a strappare più sbadigli che applausi, sostanzialmente fedele alla fiaba originale: si parte da un uomo che perde tutta la sua fortuna in mare, scegliendo, poi, di sistemarsi in campagna insieme alla prole. I guai per lui non finiscono qui, perché, un giorno, giunge a un castello, abitato da una terribile Bestia, che lo condanna a morte per aver rubato una rosa. A questo punto, entra in scena la figlia Belle, che offre la sua vita in cambio di quella del padre. Lo scambio è accettato, ma quello che la ragazza non sa è che dietro al volto orrendo della Bestia si nasconde un segreto.
Il problema di questo film, che, in fondo, è anche il problema dei remake in generale, è che il confronto con i predecessori (soprattutto se illustri) è quasi sempre penalizzante. Tralasciando la versione animata del ’91 di Walt Disney, resta quella del ’45 di Jean Cocteau, una delle migliori trasposizioni della fiaba (se non, addirittura, la migliore). È chiaro che, in parte, Gans abbia tentato di riprendere alcuni adattamenti antecedenti, cercando di apportare una sua impronta personale. Peccato che il risultato finale sia un po’ un pasticcio. La sensazione è quella di un’accozzaglia di elementi, che finiscono per creare una gran confusione, mentre quello che voleva essere il punto di forza della pellicola (un prodotto dal forte impatto visivo), si è trasformato nella sua principale debolezza: ricostruzioni barocche eccessive, che penalizzano la storia d’amore, relegandola in secondo piano (intendiamoci, il romanticismo non manca, ma rimane sempre un elemento più stucchevole che veramente empatico).
L’aspetto fiabesco viene esasperato, il procedere della narrazione si blocca, si perde, avanza a stento, non decolla: insomma, manca il brio necessario a coinvolgere il pubblico, a farlo divertire o quantomeno partecipare a quanto mostrato sullo schermo. In sostanza, un film deludente, perché la cura dei dettagli estetici è importante, ma quando manca il pathos la qualità di un realizzato artistico è pressoché nulla.
