Steve McQueen – 12 anni schiavo

1841, 20 anni prima della guerra di secessione americana, Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor), è un musicista nero, che vive da uomo libero nello stato di New York assieme a sua moglie e ai suoi due figli. Un pomeriggio viene avvicinato da due distinti signori, che gli offrono di entrare per lavoro in una compagnia di artisti, che gli darebbe la possibilità di viaggiare e dove sarebbe ben retribuito. L’affare in realtà non esiste. Solomon si risveglia incatenato in una stanza buia alla mercé di due carcerieri: è stato drogato e venduto come schiavo nel sud degli Stati Uniti. Della sua vita precedente non gli resterà neanche il nome, che i suoi aguzzini cambiano immediatamente con Platt.

Ispirato alla vera storia del suo protagonista, 12 anni schiavo è un film che sa essere violento intimamente e corporalmente. Scrupolosamente studiato, fondato su una minuziosa cura per l’immagine: ogni inquadratura trasmette in maniera maniacale il senso di angoscia e oppressione di Solomon, tanto che nel momento in cui si sveglia in catene si ha quasi l’impressione di sentirsele addosso. La maestosità della messa in scena riesce inoltre a far passare in secondo piano alcuni passaggi di scrittura non proprio raffinatissimi, come gli invadenti flashback della prima parte del film, alcuni dialoghi leggermente didascalici e, soprattutto, il personaggio di Samuel Bass (Brad Pitt) che ricopre un po’ troppo forzatamente il ruolo di deus ex-machina.

Il film di Steve McQueen però non è un semplice esercizio di estetica. In un sud popolato da figure grette e spietate come Edwin Epps (Michael Fassbender), la bellezza della fotografia e delle musiche servono a raccontare la storia di un uomo che cerca costantemente l’equilibrio tra sopravvivenza e dignità. Una ricerca ben esplicitata dalle scene in cui il protagonista si trova ad opporsi stoicamente ai suoi aguzzini armati di frusta. Se Solomon rinuncia infatti ad ogni velleitario tentativo di fuga, se rinuncia alla sua identità, se decide di lasciarsi alle spalle il suo nome e la sua istruzione (nel sud non può esistere un nero che sappia leggere e scrivere), non metterà mai da parte la sua umanità e la sua voglia di tornare a casa.