Henry Alex Rubin – Disconnect

Ogni fenomeno, sia di massa che di nicchia, da una parte ha chi ne tesse le lodi e dall’altra chi lo denigra. Più che denigrarlo il più delle volte si tratta di metterne in luce i lati negativi, soprattutto quelli che influenzano in peggio la sfera umana. La diffusione di social network non fa eccezione: lì non si tratta solo di stringere pseudo-amicizie online – c’è una bella differenza tra essere amici su Facebook ed esserlo realmente –, ma anche di esprimere le proprie emozioni e i sentimenti sul web (addirittura c’è chi cerca l’amore, incappando spesso in spiacevoli imbrogli: avete presente quel programma su Mtv Catfish. False identità? Ecco).

Henry-Alex Rubin vuole dire la sua sull’argomento e lo fa tramite Disconnect, una sorta di thriller che ruota proprio intorno al mondo virtuale. Sostenuto da un cast all’altezza delle aspettative (in cui troviamo, tra gli altri, Alexander Skarsgård, Jason Bateman, Frank Grillo, Paula Patton e Hope Davis), il film mette insieme diverse storie, dove tutti cercano più o meno conforto o fortuna nel magico mondo di internet. Vite disconnesse dal reale, prigioniere di un mondo fittizio che ben presto presenta loro un conto salato da pagare. Perché quando il cervello è ventiquattr’ore su ventiquattro connesso altrove, è facile che gli eventi della vita vera sfuggano e si complichino, diventando ingestibili.

Lo scopo della pellicola è di indurre il pubblico a una riflessione, di certo non mira a demonizzare lo strumento virtuale: se gestito con equilibrio e intelligenza, internet è un potente ed efficace mezzo per ridurre i confini e le distanze, interagendo con persone con cui si condividono professioni o interessi, risultando sempre aggiornati sulle notizie dal mondo ed effettuando ricerche che solo vent’anni fa avrebbero comportato un dispendio enorme di energie e di tempo. Non è la sete di sapere a rendere schiavi della rete, quanto la solitudine, la necessità di individuare online quello che non si trova nella vita reale. Solo che alle volte è necessario vivere nel senso stretto del termine, ovvero uscire dalla porta di casa, relazionarsi faccia a faccia con la gente, costruire la propria storia al di fuori dei muri invisibili dei social, i quali sono certamente un’evoluzione in ambito comunicativo (e i creatori degli innovatori straordinari, ricordiamo solo l’attenzione posta da David Fincher sui fondatori di Facebook nel suo The social network), ma anche una fonte di isolamento da noi stessi e dagli altri.

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