Terrence Malick – The tree of life

«Ci sono due vie per affrontare la vita: la via della Natura e la via della Grazia. Tu devi scegliere quale seguire.»

Terrence Malick, mente profonda e visionaria del cinema americano contemporaneo, ci accompagna con The tree of life (Palma d’Oro 2011) in una spirituale visione della vita sulla Terra (e della Terra), governata da questo binomio conflittuale di fondo. Opera poetica ambiziosa, grandiosa in senso estetico ma soprattutto in senso “spaziale”: la trama non è lineare e salta di continuo da una dimensione terrestre (quella della famiglia O’Brien) ad un’altra molto distante, di fatto cosmica.

Brad Pitt interpreta Mr. O’Brien, stereotipico padre di famiglia autoritario, sposato e con tre figli, Steve, R.L. e Jack (Hunter McCracken), ragazzo in rapporto conflittuale col severo padre e molto legato alla madre (Jessica Chastain), donna caritatevole e sognatrice che nella famiglia compensa con affetto (e illusioni) la rigidità, comunque a fin di bene, del capofamiglia. Vediamo Jack diventare adolescente con i fratelli, tra momenti di confronto con realtà dure (rappresentate dal padre e da esperienze di sofferenza per le quali non trova spiegazione), interrogativi e attimi di infantile illusione. Alcune scene (compreso l’enigmatico finale) vedono protagonista Sean Penn, che veste i panni di un Jack adulto, uomo realizzato ma in cerca di conciliazioni col passato e legato ad una cruda memoria d’infanzia, la morte precoce del fratello.
Peculiarità di questa “parabola” è l’alternarsi di tali vicende umane con spettacolari immagini, rappresentanti vari stadi della formazione dell’universo (col contributo di Douglas Trumbull, addetto agli effetti speciali di 2001: Odissea nello spazio): visioni nelle quali si può leggere forse un tentativo di parallelismo metaforico (tra travagli umani e caos cosmico), forse cogliere prospettive nichilistiche, o magari scorgere negli spazi siderali l’immagine della stessa divinità. Malick non dà vere chiavi di lettura, ci viene al più suggerita un’interpretazione delle figure parentali: la madre è simbolo della Grazia, il padre assume il ruolo della Natura. Il regista è qui un impressionista che lascia che siano le immagini a parlare allo spettatore, con i dialoghi ridotti all’essenziale. Sussurri fuori campo, embrionali luci nell’oscurità, simbolismi naturali (Sole come manifestazione divina?) circondano questi personaggi che nella quotidianità si arrovellano su domande esistenziali, spesso rivolte al cielo: risposte non sono date (similarità con la storia biblica di Giobbe, citato a inizio film). Quella di Malick è allora forse una teologia del conflitto, tra forze lontane e complementari, incomprensibili alla mente umana proprio come la sofferenza, uno dei leitmotiv del film.
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