In Videodrome, James Woods interpreta Max Penn, uomo a capo del trasgressivo canale televisivo Civic Tv, in costante ricerca di trasmissioni “hard” per il suo pubblico. Catturando segnali pirata si imbatte in Videodrome, illecita frequenza dedicata a filmati espliciti di tortura ed erotismo. Sospettando che non siano fittizi, Penn avvia una ricerca che lo porta a conoscere complesse organizzazioni dei mass-media, scoprendo una società nella quale la comunicazione di massa è organizzata come un culto (la Cathode Ray Mission) guidato da guru mediatici, come il professor O’Blivion (nome non casuale che evidenzia il concetto di oblio). Spiazzato da strane allucinazioni provocate dalla televisione, il protagonista realizzerà di essere nelle mani di cinici burattinai, una pedina riprogrammabile a piacimento e parte di uno spietato gioco di conquista per il monopolio televisivo.
Pellicola seminale del “body horror”, Videodrome racconta di frequenze televisive parassitarie che causano tumori al cervello e mutazioni, privando l’individuo della volontà: con questa metafora “di carne”, il regista guarda con occhio critico ad un futuro nel quale i mass-media hanno un potere palpabile sulle coscienze. Accattivanti trasmissioni per ottenere la maggior risposta di pubblico: queste le armi utilizzate nel “videodromo”, arena mediatica nel quale lo spettatore, illuso dall’apparente potere del telecomando, in realtà diviene (inconsapevole) vittima di un sistema sovrastrutturale studiato per influenzare le menti attirate dallo schermo. Genio perverso e profetico quello di Cronenberg: il film è del 1983, anno nel quale il mondo dei mass-media così come lo viviamo oggi doveva sembrare un distante futuro. È ormai evidente il potere da essi acquisito nell’ultimo decennio (aggiuntosi Internet), solida l’influenza che questi mezzi hanno, specialmente sulle nuove generazioni; un’influenza che spesso passa, suggerisce Cronenberg, per specifici filtri ricettivi, tra questi il sessuale.
Videodrome ci insegna che l’utente al di qua dello schermo ha poteri limitati nelle mani, eppure non ne è cosciente: testimone della surreale metafora visiva e conturbante del film (in perfetto stile Cronenberg degli anni ‘80), lo spettatore può rivedersi in Max, disumanizzato a ricevitore, sorta di lettore di VHS nel quale il colossale sistema delle telecomunicazioni “inserisce” i propri comandi, con lo scopo di riprogrammare la società a piacimento (eco di visioni orwelliane). Un processo di alienazione e controllo mentale via cavo, nel film sintetizzato nella frase emblematica «Morte a Videodrome. Lunga vita alla nuova carne» pronunciata da un fanatico Max.
