Bernardo Bertolucci – L’ultimo imperatore

Vincitore di nove premi Oscar, L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci si inserisce a pieno titolo nella lista dei migliori kolossal di tutti i tempi. Il film è un biopic sull’ultimo imperatore di Cina, Pu Yi: la vita del monarca si colloca in un momento storico difficile per il paese, quello della rivoluzione civile che condurrà alla Repubblica popolare di Mao Tse-tung. Il passaggio non sarà dei più facili, anche perché venne contemporaneamente inaugurata una fallimentare politica di industrializzazione, per conformarsi il più possibile al modello comunista sovietico: il progetto comportò degli esiti catastrofici, aggravati da una terribile carestia, che nel 1960 causò milioni di morti.

Ne L’ultimo imperatore un Pu Yi ormai adulto ripensa alla sua vita precedente, quella trascorsa nella Città Proibita, ovvero il palazzo imperiale. Pu Yi ha solo due anni quando venne incoronato imperatore e, a causa della sua età, fu a lungo tenuto all’oscuro delle vicende politiche cinesi, a vantaggio degli eunuchi e ministri di corte, che poterono esercitare indisturbati la loro autorità. Siamo nel 1908 e la gloriosa, millenaria civiltà cinese conosce il decadere della morale e dei costumi, la corruzione statale e le ipocrisie, che condurranno inevitabilmente a un conflitto nazionale interno. Pu Yi è imperatore solo sulla carta e si ritrova isolato, a eccezione di Mr Johnston, il suo precettore e buon amico, l’unico non cinese a cui sia mai stata concessa la permanenza nella Città Proibita.

Il 1931 è l’anno dell’invasione giapponese della Manciuria, successivamente occupata dai russi: Pu Yi, dapprima supportato dalle forze giapponesi, venne abbandonato e fu costretto ad abdicare. Tentò una disperata fuga in Giappone, ma venne catturato. Siamo nel 1945: la guerra mondiale sta per volgere alla fine, mentre a Pu Yi toccano cinque anni di detenzione in Russia, tra il 1945 e il 1950, per poi essere consegnato ai maoisti. Furono proprio i suoi compatrioti ad infliggergli la condanna peggiore: infatti, per quasi dieci anni, l’ex imperatore fu internato in una struttura per i criminali di guerra e rieducato secondo i concetti della neo repubblica comunista. Venne liberato nel 1959 e sino alla sua morte, avvenuta nel 1967, visse da comune cittadino a Pechino.

L’ultimo imperatore riflette sul passaggio dal potere alla normalità, concentrandosi su un’esistenza segnata dagli obblighi (prima quelli di corte, dettati dai suoi connazionali, poi quelli imposti dall’invasore giapponese), che si conclude con una quotidianità pesante da accettare: se da una parte Pu Yi vorrebbe sottrarsi ai suoi doveri, dall’altra gode della sua posizione di prestigio e soffre nel momento in cui la sua casa, la Città Proibita, viene trasformata in un museo, semplice meta per visitatori curiosi, antico retaggio di un tempo trascorso, che non tornerà mai più.

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