Tony Scott – Domino

Sembra una storia di fantasia, quella di Domino Harvey. Eppure è tutto vero. Figlia dell’attore Laurence Harvey e di una modella, la sua adolescenza e prima maturità sono segnate da un disagio interiore che la spinge a sentirsi costantemente fuori luogo. Questo finché non apprende, da un volantino, di un seminario per cacciatori di taglie: da lì prenderà il via la sua carriera di cacciatrice.

Il film di Tony Scott (uno degli ultimi del regista, suicida nel 2012) romanza un po’ quella che è la reale vicenda privata e professionale della Harvey. Si sa che la vera Domino morì di overdose nel 2005: nella pellicola, è affiancata da Ed Moseby (nome fittizio di Ed Martinez) e Choco (il premio César 2011 Edgar Ramirez, per la miniserie Carlos). In sostanza, Domino cerca di tracciare la storia di questa ragazza, che avrebbe potuto intraprendere la carriera dei genitori (fisico e personalità non le mancavano), eppure ha scelto una strada ben diversa.

Domino rappresenta un po’ una sfida per Tony Scott, non tanto per quanto narrato (che, diciamocelo, di storie vere, drammatiche e incisive, ne sono state portate tante al cinema), ma più per lo stile optato dal regista, che sceglie di puntare su colori accesi per sottolineare un percorso umano che porta dritto all’autodistruzione. Alle tonalità cromatiche si aggiunge una musica che prevale sulle parti parlate e un metodo di ripresa irregolare e movimentato, che, in qualche modo, è metafora del casino in cui versa la vita della protagonista, perché, sebbene si tratti di scelta lavorativa consapevole, ci si riferisce comunque a un’esistenza sempre ai limiti. Il problema è che ogni tanto si ha la sensazione che Scott strabordi un po’ da quello che dovrebbe essere il fine del lungometraggio, ossia offrire una testimonianza di vita vissuta: gli attori risultano tutti sopra le righe, a partire da Keira Knightley, più vicina a una bulla strafottente che a un’eroina tosta; sprecati Mickey Rourke e Christopher Walken, i quali, in realtà, ricoprono ruoli a loro congeniali, senza tuttavia riuscire ad approfondirli e restituire sullo schermo dei personaggi a tutto tondo. Inutile Ramirez, il cui peso in Domino è circoscritto a uno spettacolo di maschia virilità per le signore in sala.

Quando si ha una storia vera alle spalle, con caratteri reali e quindi già delineati da un punto di vista psicologico, si possiedono anche fondamenta più solide sulle quali imbastire una pellicola. La riduzione del rischio non è stata sufficiente a Scott per mettere in scena un prodotto che superasse la sufficienza da un punto di vista qualitativo, non gli ha evitato cadute di stile, né quel risultato finale che, in modo un po’ dispregiativo, viene definito comunemente “un’americanata”. Peccato.

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