Immaginate un mondo senza i libri. Senza il loro potere di trasportare in universi fantastici e lontani, oppure fin nelle viscere della realtà, descrivendone le brutture, le bassezze, il dolore, la disperazione, le ingiustizie. Ma i libri sanno parlare anche d’amore, d’amicizia, di nobili sentimenti. Nei libri tutti possono essere protagonisti, anzi, il più delle volte sono il disadattato, il povero, l’inetto, o più semplicemente le persone comuni, a essere al centro della storia, riscoprendo il loro valore e l’importanza che la società, in genere, nega o sminuisce.
È il 1953 quando esce Fahrenheit 451 (titolo che richiama la temperatura di combustione della carta) di Ray Bradbury e, una decina d’anni più tardi, è la volta dell’omonima trasposizione cinematografica di François Truffaut. In un ipotetico mondo distopico, ai cittadini viene proibito di possedere e leggere libri, accusati di illustrare ai propri lettori vite di personaggi troppo lontani dal concreto, generando, in una corsa all’emulazione, frustrazione e infelicità. A tal proposito è stato istituito un corpo di vigili del fuoco, a cui appartiene anche Guy Montag, incaricato di bruciare tutti i testi ancora in circolazione. Se i libri vengono considerati una minaccia, stessa storia non vale per la televisione, che diventa, al contrario, lo strumento di omologazione delle coscienze (un po’ come in V per vendetta di James McTeigue, quando il consigliere Adam Sutler lancia tramite la sua emittente televisiva i suoi messaggi dittatoriali alla nazione). In Fahrenheit 451 immancabili sono i richiami a 1984, classico distopico per eccellenza: anche nel mondo orwelliano di Truffaut qualcosa s’inceppa, poiché Montag riscopre la magia dei libri e decide di unirsi agli “uomini-libro”, i quali imparano gli scritti a memoria, in modo da non disperderne il sapere.
Oltre a mettere in guardia sui pericoli della censura, Fahrenheit 451 è anche un film sulla speranza, poiché in ogni società esistono dei dissidenti che si ribellano al controllo del pensiero e al soffocamento di ogni pulsione individuale. I libri non rappresentano solo una via d’evasione, ma anche un sistema per costruirsi una coscienza privata e proprietà dialettiche, aprono la mente e la fanno funzionare a trecentosessanta gradi: è questo ciò che la dittatura teme, poiché se da una parte essa spende energie e mezzi per trasformare gli uomini in servi dell’autorità, dall’altra sa bene che è proprio la conoscenza, che passa principalmente attraverso i libri, a rendere tutti più liberi.

