Ottantuno minuti, tre storie, il tempo che decide la partita: è l’equazione perfetta che ha portato al successo Lola corre (1998), la pellicola post-Muro di Tom Tykwer (Cloud atlas, 2013).
Lola (Franka Potente) è una giovane berlinese. Innamorata di Manni (Moritz Bleibtreu), si trova nei guai quando, un giorno, proprio il ragazzo le telefona, disperato: se entro venti minuti non gli porta 100.000 marchi, morirà. Manni, infatti, lavora per un boss, Ronnie (Heino Ferch), per il quale fa da corriere. Il suo ultimo incarico era quello di consegnare pietre preziose ad un ricettatore in cambio di denaro (i 100.000 marchi di cui sopra). Sennonché, costretto a prendere la metro per recarsi sul luogo dello scambio (a Lola hanno rubato il motorino), il giovane ha dimenticato la sacca con i soldi sul sedile della vettura, nel tentativo di sfuggire al controllore (non aveva il biglietto). I soldi adesso sono nelle mani di un barbone e se non riuscirà a farli “riapparire” tra venti minuti, quando incontrerà il capo i suoi sgherri lo uccideranno.
Terminata la telefonata, comincia la corsa di Lola. La prima idea è quella di chiedere i soldi al padre, direttore di una filiale della Deutsche Transfer Bank. L’uomo però rifiuta, e così Lola e Manni scelgono di tentare una rapina ad un supermercato: nello scontro a fuoco con la polizia, muoiono entrambi. Fine della storia? No, perché Tykwer ascolta le ultime parole della sua protagonista («non voglio andarmene», dice), riavvolge il nastro e lo svolge di nuovo, stavolta con qualche minima variazione: il finale, però, è sempre tragico (il denaro c’è, ma Manni muore investito da un’auto). La corsa di Lola per le strade di Berlino riprende così una terza volta: il fatto che stavolta l’esito sia positivo è rassicurante solo in parte, perché il resto della pellicola ha dimostrato che si tratta di una delle infinite possibilità.
Lola corre è un film delizioso. La colonna sonora techno segna perfettamente il ritmo spossante della protagonista, mentre le animazioni che colorano il racconto (e soprattutto aprono alle diramazioni del possibile) testimoniano un approccio postmoderno alla narrazione filmica. Il colpo di genio, però, Tykwer lo riserva per la sceneggiatura: ripetitiva, lineare e propulsiva, punta tutto sulla struttura e, soprattutto, valorizza l’importanza del fattore tempo (è uno scarto di qualche secondo tra gli eventi che determina i finali alternativi). Il montaggio frenetico e “videoclipparo” fa il resto, consegnandoci una pellicola che si interroga con intelligenza sul destino e l’esistenza: «Non smetteremo di esplorare. E alla fine di tutto il nostro esplorare ritorneremo da dove siamo partiti e conosceremo il luogo per la prima volta» (T. S. Eliot).
