È cosa nota, ma è bene ribadirlo, che se si cerca un erede abile e con tutti i crismi del commediante all’italiana nell’attuale panorama cinematografico, quello è indubbiamente Paolo Virzì. Non è un caso che vi sia un momento nel plot in cui la protagonista Anna Biagiotti viene introdotta in una festa nobiliare, secondo modi che ricordano più che vagamente il personaggio goffo di Giovanna Ralli in C’eravamo tanto amati, ma anche e soprattutto l’Adriana di Io la conoscevo bene interpretata da Stefania Sandrelli. E proprio la Sandrelli indosserà i panni della stessa Anna in età avanzata, permettendo così a Virzì di realizzare un corto circuito inventivo al di là del mero giochetto citazionistico.
Il film prova a spiegare cosa significhi fare i conti per un’esistenza intera con l’ingombrante figura genitoriale quale quella di Anna, madre oggi gravemente malata ma con la stessa bellezza trasognata e vitalità contagiosa di sempre. Così la primogenita Valeria (Claudia Pandolfi), stabilmente a Livorno e insoddisfatta madre di famiglia, richiama al capezzale Bruno (Valerio Mastrandrea), trasferitosi invece a Milano, alle prese col dramma quotidiano di una vita da professore di lettere, tossicomane e incapace di abbandonarsi ai legami. Una volta rientrato suo malgrado nella realtà di provincia, Bruno ricerca una pace difficile da trovare dentro i silenzi e il dolore compresso del passato, ed ecco che la storia finisce così con l’assumere anche i connotati di un’autobiografia, seppure truccata dall’invenzione, in cui il regista tira le somme sul senso del distacco dalla sua Livorno.
La commedia più incentrata su situazioni intimiste rispetto ai precedenti lavori Caterina va in città o Tutta la vita davanti, sembra calzare particolarmente bene a Virzì, con l’unico limite, se si vuole, di continui flashback lungo il filo del racconto tali da compromettere quella naturalezza d’insieme che un film incentrato sulle dimensioni affettive e sentimentali dovrebbe avere. Resta indiscutibilmente azzeccata la scelta di Mastrandrea nei panni dell’infelice disilluso, capace non solo di guardare ai legami famigliari con la malinconia di chi stenta a riconoscersi in un ruolo pur essendone l’autentico fulcro, ma anche di infondere sul finale un certo cauto ottimismo. Esistono sempre dei modi, anche se ignoti e vari almeno tanto quanto lo sono i casi della vita, per far sì che le acque si plachino, e il tuffo in mare dei due amanti sul finire del film ne simboleggia l’espressione più coraggiosa, quella di un abbandono fiducioso al domani.
