Con Paranoid Park, Gus Van Sant ritorna al suo vecchio amore: Portland. Dopo la «trilogia della morte» (Gerry, Elephant, Last days) il regista inizia a prestare maggiore attenzione alle ambientazioni e ai personaggi dei suoi film: il plot passa in secondo piano, infatti tutto quello che si può dire sulla trama di Paranoid Park è che il suo protagonista, Alex, è uno skater sedicenne coinvolto, suo malgrado, in un incidente che costa la vita a una guardia notturna. Per il resto, la pellicola è un’analisi approfondita dell’interiorità del giovane in seguito alla vicenda. Il film è ispirato all’omonimo romanzo di Blake Nelson, il quale ha affermato che il modello di riferimento del suo libro è Delitto e castigo di Dostoevskij: in effetti, sono proprio i «meccanismi della colpa e del caso, così come la perdita definitiva dell’innocenza» a venire sottolineati con forza.
Per Van Sant raccontare una storia ambientata a Portland equivale a prendere simbolicamente le distanze dal cinema mainstream: appunto nella città sono collocati i suoi primi lavori, da Mala noche a Belli e dannati, film di certo ascrivibili al filone indipendente dal quale il regista si era momentaneamente allontanato, realizzando Will hunting – Genio ribelle, il remake di Psycho e Scoprendo Forrester. Esiste davvero un “Paranoid Park” a Portland: così è, infatti, definito comunemente O’Bryant Square, frequentato dai disadattati della città. Nel film e nel libro “Paranoid Park” è, al contrario, il nome che viene assegnato a un’altra reale struttura di Portland, ossia Burnside Skatepark, il luogo di ritrovo degli skaters di tutto il mondo. È come se Van Sant volesse rileggere a modo suo gli spazi cittadini e fondere metaforicamente le esistenze ai margini del vero Paranoid Park con la comunità degli skaters, che diventano i rappresentanti di quella controcultura giovanile problematica e irrazionale che il regista ama esaltare nei suoi lungometraggi.
Paranoid Park è un film bello e struggente, che riflette su cosa voglia dire “diventare grandi”. Per Alex significa affrontare le conseguenze delle sue azioni: il protagonista torna a giocare un ruolo fondamentale nella pellicola, mentre nella trilogia veniva mantenuta una certa distanza dai caratteri e l’ambiente presentava spesso dei tratti angosciosi (in particolare il deserto in Gerry), finché non sopraggiungeva l’inevitabile fine. Tuttavia, Alex rimane un adolescente complesso e sfuggente, non sempre delineato con precisione. È compito dello spettatore di seguire la successione dei suoi pensieri e, il più delle volte, di interpretarli.
