“Bologna è la mia musa”: intervista a Gianluca Morozzi

Gianluca Morozzi è uno dei più interessanti scrittori italiani in circolazione. Nato a Bologna nel 1971, ha esordito nel 2001 con Despero, pubblicato dalla piccola casa editrice ravennate Fernandel. L’attenzione del pubblico, però, è arrivata solo tre anni più tardi con Blackout, un thriller claustrofobico che raccontava di una studentessa omosessuale, un sedicenne appena fuggito di casa e un serial killer rimasti intrappolati all’interno di un ascensore in un torrido ferragosto bolognese.

Amante della musica (suona negli Street Legal, una cover band di Bob Dylan, ed ha partecipato alla realizzazione di “Deviazioni”, disco tributo a Vasco Rossi uscito con il “Mucchio Extra”) e dei fumetti (è autore di graphic novel e maxiserie), Morozzi ha recentemente pubblicato per Guanda Chi non muore, thriller contraddistinto dalla solita scrittura ironica e brillante. Contattato tramite mail, l’autore ha accettato gentilmente di rispondere a qualche domanda sulla sua ultima fatica letteraria.

La prima domanda non può non riguardare il personaggio di Angie, protagonista assoluta del romanzo, campionessa di simpatia che affascina il lettore fin dalle prime pagine. Come fa un uomo a caratterizzare così bene, in maniera credibile e realista, una figura femminile? Chi, o cosa, ti ha ispirato e consigliato nel delineare il carattere e le vicissitudini di Angie?

Intanto, ho avuto la fortuna di avere molte fidanzate o ex fidanzate divertenti e bizzarre che mi hanno regalato particolari, tic e manie da incollare sul mio personaggio. Poi, una volta partito il romanzo, Angie si è delineata da sola, ha cominciato a fare cose di sua spontanea volontà… che detta così sembra una dichiarazione da malati di mente, ma chi scrive sa che i personaggi, dopo un po’, fanno quello che vogliono loro.

Per caratterizzare bene una ragazza ventiduenne, visto che, come dire, non sono una ragazza, e avevo ventidue anni quando ancora era vivo Kurt Cobain, alla fine della prima stesura del romanzo ho dovuto chiedere aiuto a una donna e a una studentessa fuorisede ventiduenne (che è una donna anche lei, ovviamente, ma di una categoria più specifica). Entrambe (Serena Scandellari e Beatrice Pesente, ringraziate nel libro) mi hanno fatto capire dove sbagliavo e perché. Così sono scomparse una scena di sesso surreale con Jo, dopo la quale Angie si dichiarava pienamente soddisfatta in cinque minuti (commento della Scandellari: «Ah ah, cinque minuti? Sei proprio un maschio»), ed è scomparsa l’espressione “maggioranza bulgara” (commento della Pesente: «Che vuol dire?»).

Dopo aver letto “Chi non muore”, mi è venuta una gran voglia di visitare Bologna. Dal romanzo, infatti, emerge l’immagine di una città quasi magica, piena di segreti e mistero, alla quale sembri molto legato. Ne approfitto per chiederti: quanto conta l’ambientazione, in un romanzo? Secondo te sono le città a possedere una sorta di “aura”, un’anima in grado di ispirare gli scrittori, oppure è il contrario, nel senso che le città vengono in un certo senso “modellate” dall’immaginario letterario, vestendosi delle parole che gli autori nei secoli hanno dedicato loro?

Bologna ha una caratteristica che a me pare molto evidente: è popolata di “folletti sparaidee”. Sai l’angioletto Cupido che lancia le frecce a forma di cuore? I “folletti sparaidee” sparano frecce a forma di sinossi. Io sono lì che passeggio per via Irnerio, sto pensando a profonde questioni tipo la classifica del Bologna, tac, di colpo ho in testa l’idea di Blackout. Passo davanti all’Estragon Shop, tac, ho un’altra idea per un futuro romanzo, comparsa dal nulla.

In Chi non muore, in particolare, ho visto Bologna con gli occhi di un personaggio non bolognese, e ho cercato di rendere l’idea di questa città modulare, a scomparti quasi invisibili, che da bolognese non avrei mai concettualizzato se non mi fossi posto nei panni di un personaggio con gli occhi differenti dai miei.

Un’altra cosa che colpisce del tuo libro è che i personaggi sono così ben caratterizzati da sembrare quasi reali, o almeno questa è l’impressione che ne ho ricavato. Ti capita mai di detestare i personaggi che crei oppure che questi, nel corso della narrazione, si sviluppino in maniera diversa da come li hai concepiti, proprio come farebbero delle persone reali?

Mi viene in mente Stephen King, che mentre scriveva Il miglio verde sperava tanto che John Coffey si salvasse dalla sedia elettrica, o quando si scusava per aver ucciso Jake ne La torre nera, dicendo, più o meno «non mi aspettavo neanch’io che morisse». Capita proprio così: quei bastardi fanno quel che vogliono loro. Ma io li amo tutti lo stesso.

Puoi raccontarci qualche aneddoto riguardante la nascita e la stesura di Chi non muore?

La primissima versione di questa storia è nata in un modo molto strano. Qualche anno fa avrei dovuto realizzare un episodio di un trittico noir che sarebbe dovuto diventare un film. I tre episodi si svolgevano a Bologna, Parma e Ferrara; a me era toccata l’ambientazione bolognese e studentesca. Avuto l’incarico, mentre ero in un albergo di Udine dopo la presentazione del mio vecchio romanzo L’abisso, ascoltavo un cd dei Verdena prima di dormire, e sentendo la canzone Angie, specialmente il verso «lunedì è il giorno delle streghe, Angie», è nata una prima idea. Poi il film non si è fatto, ma quell’idea è rimasta lì a girarmi nella testa. Per trasformarla in un romanzo, mancava solo un finale adeguato. Poi, una notte in cui non riuscivo a dormire, tornando da un concerto dei Deep Purple a Bologna, ho acceso la tv e ho visto un film… che non vi dirò, per non dare anticipazioni sul finale a chi non lo ha letto. C’era Bruce Willis. E io avevo il finale.

Cosa ti piace leggere nel tempo libero, per rilassarti? Preferisci autori italiani o stranieri?

Non ho un genere prediletto, intanto. Mi piace che un romanzo mi sorprenda in qualche modo, o per la trama geniale, o per lo stile strepitoso, o per le due cose messe insieme. Non amo le minestre trite e ritrite. Poi ci sono scrittori di cui sono fedelissimo, come Paolo Nori, Chuck Palahniuk, Irvine Welsh, Christopher Moore, Philip Roth… ah, e leggo vagonate di fumetti.

In ultimo, da aspirante scrittrice, desidero farti una domanda che sono sicura vorrebbero farti molti aspiranti scrittori italiani, soprattutto giovani: come si fa a diventare uno scrittore di successo in Italia? Com’è iniziata la tua avventura editoriale, e cosa ti ha aiutato ad andare avanti senza scoraggiarti di fronte alle inevitabili difficoltà?

Le mie difficoltà sono durate per tutti gli anni Novanta: ho mandato racconti per dieci anni a tutti i concorsi per esordienti di Italia, e su 80 concorsi ne ho vinti… zero. Però, siccome ci credevo e sono tenace, nel frattempo studiavo la narrativa italiana contemporanea (cosa che consiglio a tutti, in parallelo alla lettura dei grandi romanzi del passato: sapere come si scrive nel 2012 vi aiuterà a non scrivere come nel 1800), compravo le riviste letterarie, monitoravo le varie case editrici. Nell’estate del 2000 ho finito il mio primo romanzo, Despero. L’ho mandato a un solo editore, Fernandel di Ravenna, che mi ha telefonato la mattina dell’ultimo dell’anno per dirmi che gli interessava… e io ho trascorso un capodanno bellissimo.

Quel che mi ha aiutato in tutti quegli anni di rifiuti è stata una semplice considerazione, vagamente zen: se non ci credo io, come posso sperare che ci credano gli altri?

Un altro consiglio che posso dare è: non vergognatevi di copiare dagli scrittori che vi piacciono, almeno all’inizio, come esercizio. Copiare stili, cadenza, ritmo, vi aiuterà a tirar fuori un po’ alla volta la vostra voce personale. Se siete un aspirante chitarrista e imparate a copiare, che ne so, Ritchie Blackmore, okay, non siete originali al momento, ma intanto avete imparato a suonare la chitarra!

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