Ethan e Joel Coen – Ladykillers

Dei Killers tutto si può dire, meno che non abbiano un’identità. La prova del nove la fornisce proprio Battle born: cinque producer, di quelli “tosti” (Steve Lillywhite, Damian Taylor, Brendan O’Brien, Stuart Price e Daniel Lanois), ed un sound che è rimasto praticamente uguale a se stesso. Bombastico e un po’ (un bel po’) kitsch, epico, nel solco di quel Bruce Springsteen che già Sam’s town (2006), passata la sbornia anglofila del debutto Hot fuss (2004), provvedeva ad omaggiare. Rispetto alle recenti release c’è forse un piglio più AOR e un ulteriore adesione ai canoni del roots-rock, ma è un piccolo aggiustamento, peraltro in linea con il primo LP solista di Brandon Flowers, Flamingo (2010). Malgrado la coerenza, però, i risultati faticano ad arrivare. Per quanto le tracce di Battle born siano, per certi versi, più concentrate ed asciutte di quelle di Day & age (2008), l’impressione è al solito di una sproporzione tra apparato “scenico”, per così dire, e sostanza. Detta altrimenti, la formazione di Las Vegas (a proposito: “battle born” è il motto che figura sulla bandiera del Nevada) è come una 500 con la carrozzeria di una Ferrari: affidabile quanto si vuole, per carità, ma comunque mendace rispetto alle premesse esteriori. A meno che, ovviamente, non si conosca il gioco: in quel caso la cosa è diversa, perché l’inganno diventa consensuale.

Perciò, chi ha amato i Killers in passato non avrà ragione per non apprezzare gli slanci marziali di Runaways, la grandiosità di Flesh and bone, il country-rock vibrante di From here on out o l’enfasi drammatica della title-track. Il fantasma del Boss aleggia ovviamente su tutte le tracce, affiancato però da synth-pop atmosferici (Deadlines and commitments), echi di U2 (The rising tide), fugaci apparizioni di Who (A matter of time) e venature di Lou Reed (Heart of a girl). Latita la passione, quella vera. E questo per tacere delle pecche strutturali dei pezzi, spesso impegnati a cercare il bandolo di una matassa che, inevitabilmente, non trovano. Emblematica, in tal senso, The way it was: buona la strofa (un po’ Eyes without a face, o giù di lì), uno spreco il refrain, ottusamente eroico, come se la grandeur fosse un obbligo. Meglio, a questo punto, l’umiltà (si fa per dire) di Miss atomic bomb. Qui, la nostalgia evocata nelle liriche (il riferimento ai test nucleari nel Nevada degli anni ’50 allegorizza il tema della perdita dell’innocenza) si sposa all’autocitazione: è Mr Brightside (da Hot fuss) che si nasconde sotto la vernice nuova, e non può essere un caso. Forse i Killers dovrebbero smetterla di prendersi tanto sul serio e tornare al dancefloor di Somebody told me: anche lì non facevano sfracelli, ma almeno ci si divertiva.

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