L’attività musicale di Brian Eno può essere paragonata senza alcun eccesso a quella multi-disciplinare di Leonardo Da Vinci. Se la storia dell’uomo non è più stata la stessa dopo le invenzioni del genio rinascimentale, quella della musica ha vissuto una serie di drastici cambiamenti, tutti di egual importanza e attualissimi al giorno d’oggi, riconducibili quasi unicamente allo sperimentatore inglese. Fra questi, il più affascinante e imprescindibile è di certo l’invenzione di un nuovo modo di concepire la musica, culminato dapprima nell’auto-definizione di “non-musicista” e successivamente nella nascita di un genere del tutto nuovo: la cosiddetta “ambient-music”.
La ricerca di Eno parte ponendosi un obiettivo ben preciso: dare vita ad una forma musicale che divenga parte integrante di un ambiente circostante, colonna sonora di uno spazio anziché di un emozione, un immagine o un pensiero. È con questo, inedito “bagaglio” che egli si imbarca nella sua avventura, il cui primo grande trattato coincide con il capitolo iniziale dell’omonima saga: Music for airports. L’areoporto è la location scelta dal non-musicista per le quattro suite che compongono il disco, il cui intento è appunto quello di rappresentare al meglio lo sfondo materiale, fino a divenirne parte intergante.
L’esecuzione del primo movimento è affidata a Robert Wyatt, il cui pianoforte ripete la medesima sequenza sonora dilatandone ogni volta una parte e mescolandosi al silenzio, in un’autentica alternanza fra l’ambiente e la sua colonna sonora. Nel secondo quarto al pianoforte si sostituiscono sequenze di cori sintetici, anch’essi scomposti, sovrapposti e modulati all’occorrenza. Frutto della fusione fra i primi due è il terzo movimento, forse l’apice dell’intero lavoro e il manifesto dell’ambient tutta, dove ogni forma di schema è lasciata da parte in favore di una simbiosi totale fra spazio e musica. Il quarto ed ultimo movimento, infine, inaugura uno dei temi più ricorrenti nella futura arte di Eno, in un solo di sintetizzatore progettato per poter durare idealmente all’infinito.
Il senso di quiete che pervade questa nuova forma musicale è diretta derivazione del suo scopo di rappresentare forme non-viventi interagendo direttamente con la loro intima essenza. Il percorso di Eno sarà, da Music for airports in poi, lastricato di grandissimi album che ne confermeranno lo status di indiscusso padre fondatore dell’intero movimento ambient. In molti seguiranno la strada aperta dall’inglese, sia mantenendo un’impostazione fedele all’originale che fondendo le sue scoperte a tendenze anche molto distanti dalle stesse. Chiunque si avvicini al mondo dell’ambient music deve ancor oggi ad Eno e alla sua ricerca gran parte delle proprie peculiarità.
