Steven Ellison, aka Flying Lotus, è considerato da molti il portabandiera della forma più moderna dell’hip-hop. Chi prosegue nel classificarlo sotto tale definizione ha però ben impressi nella mente i ricordi delle primissime produzioni di un talento sbocciato con una velocità stratosferica, che nel giro di sei anni ha saputo ampliare la propria firma ai grandi dell’elettronica tutta.
Se è infatti dato evidente che ad influenzare l’ascesa del “loto volante” sia stato proprio quel movimento che ha ristrutturato le coordinate del genere con l’avvento del nuovo millennio – si pensi a gente come J Dilla prima e Scott Herren poi -, è altresì innegabile che la strada intrapresa dal producer già a partire dal precedente e magnifico Cosmogramma abbia preso le distanze da quel mondo, creandosene uno nuovo del tutto a sé stante.
Until the quiet comes è un disco che a primo impatto suona senz’alcun dubbio più “facile” e meno dettagliato del suo lungimirante predecessore. Ellison non è più l’esploratore alle prese con l’iperspazio e l’astrattismo, che gioca con le stelle e vaga per i cieli aperti, instaurando la sua abitazione lontano dalle luci della città. Il nuovo viaggio del genio californiano torna indietro nel tempo, scava nel profondo per ricavare i suoi tratti somatici più puri, sotterrati in precedenza dalla contaminazione della moda, dei costumi e delle passioni.
Il risultato è una cavalcata inarrestabile e mai così spontanea, dove calcoli e mentalismi sono lasciati da parte in favore di un susseguirsi di saliscendi emotivi, che necessitano di mente spalancata e volume ben alto per penetrare a fondo. Questi prendono la forma di carillon dolciastri (Until the colours come), disturbi acidi (Sultan’s request), bizzarrie aliene (Putty boy strut) e legami covalenti fra sample e tribalismi (la title track). Il flusso sonoro attraversa uno spettro incredibile di sfumature, riuscendo a lambire la terra africana nei tamburi di Sthru to u e concedendo occasionali momenti di protagonismo alla nostalgia per l’iperspazio di Cosmogramma (Tiny tortures) o verso quella Los Angeles omaggiata nel secondo disco e dove la sua arte ha mosso i primi passi (Electric candyman). Il cerchio si chiude con una battaglia a suon di sfuriate digitali fra personalità e tradizione (Corded), prima che l’annunciata quiete arrivi e assorba il tutto nell’amorfo finale di Corded.
Definire Until the quiet comes in maniera analitica sarebbe come voler ricondurre ad un minimo comun denominatore i numerosi tratti dell’anima musicale di un genio come Flying Lotus: qualcosa di umanamente irrealizzabile. Resta da godersi quello che è sicuramente il disco meno sperimentale e più “normale” del “loto volante”, ma al tempo stesso il più sentito e personale. Ladies and gentleman, that’s Steven Ellison.
