The Admiral Sir Cloudesley Shovell – Don’t hear it… fear it!

Sedetevi comodi in poltrona, rilassatevi e lasciate partire Don’t hear it… fear it!, album di debutto degli inglesi The Admiral Sir Cloudesley Shovell. Le prime sensazioni che vi assaliranno, probabilmente, saranno di confusione e stordimento. In effetti, basta la partenza, affidata a Mark of the Beast, per avere la certezza di trovarsi di fronte ad un disco folle, sfilacciato, a tratti perfino fastidioso: canzoni rumorose, grezze, frastornanti. Tutto vero, ma dietro la pazzia di queste tracce, la missione della band è lucidissima: riscoprire un certo tipo di suono hard-rock, quello underground di band come Sir Lord Baltimore, Budgie, Blue Cheer e Captain Beyond, che negli anni ’70, sfortunatamente, non riuscirono a sfondare, rimanendo confinate nel limbo del “cult”.

Pubblicato dall’etichetta londinese Rise Above, il full-lenght degli inglesi si articola in nove tracce dalla durata piuttosto varia, con pezzi brevi e diretti che si alternano a brani lunghi e più complessi, jam-session dall’approccio live spesso contraddistinte da fughe strumentali ricche di verve e d’improvvisazione. L’insieme tiene bene, giacché la passione che anima il trio è sicuramente sincera e, in alcuni casi, produce risultati di ottima fattura, come The last run, che susciterebbe l’invidia di molte band della vecchia guardia. In altri momenti, però, Johnny Gorilla (chitarra e voce), Louis Comfort-Wiggett (basso) e Bill Darlington (batteria) si lasciano prendere la mano da una vena citazionista, mostrandosi più prevedibili. Nonostante tutto, però, i tre sono bravi a non farsi stritolare dal rischio-tributo e a tenere il livello medio delle composizioni sulla sufficienza.

Ferme restando le influenze principali indicate all’inizio, le partiture rivelano anche inflessioni à la Stooges (quelli di Fun house e Raw power) e di un mix di Black Sabbath e Pentagram, citati anche nella velenosa falcata di Devil’s island. C’è spazio pure per uno sfogo alla Mountain in Killer Kane, con le pesanti linee di basso che trasudano un piglio acido molto 70s.

Quello che rimane, in conclusione, è un debutto convincente. Ci penseranno altre band a fare miracoli, o a regalarci opere di grande spessore intellettuale: Don’t hear it… fear it!, dal canto suo, è una cura contro l’apatia di certo rock contemporaneo.