Vincent Gallo – Buffalo ’66

“Nevrotico film d’autore”, Buffalo ’66 è il primo lungometraggio scritto, diretto, interpretato e musicato da Vincent Gallo. Un film lontano dai classici standard hollywoodiani, come stile narrativo (split-screen piuttosto che flashback) e riprese (uso di una pellicola Kodak invertibile, per ottenere una fotografia dai colori saturi e dai contrasti forti). Un film “vansantiano”, per certi aspetti, fortemente autobiografico: così come Gus Van Sant ha ambientato i suoi film più rappresentativi nella sua città natale, Portland, così Gallo sceglie di far muovere i suoi caratteri nella Buffalo a lui più familiare, quella della sua infanzia. Sono le immagini a parlare, con i dialoghi ridotti all’osso: scelta narrativa che nel successivo The brown bunny raggiungerà il limite estremo – poche battute in 90 minuti di film.

Billy Brown, un nome anonimo per un’esistenza anonima. Cinque anni prima di finire in prigione ha puntato un sacco di soldi sulla vittoria dei Buffalo Bills al Super Bowl, ma nei minuti finali il giocatore Scott Wood sbaglia un tiro che condanna la squadra alla sconfitta e Billy a pagare una cifra che non possiede. Lo attende una scelta: o saldare il debito o farsi cinque anni di carcere al posto di un altro. Quello che non sa – e che scoprirà in seguito – è che Scott Wood è stato pagato per sbagliare di proposito il tiro: una volta uscito di galera, Billy decide di cercare Wood e ucciderlo. Il caso vuole che egli incontri Layla, destinata a cambiargli la vita e a farlo desistere dai suoi propositi vendicativi.

Soltanto Gallo avrebbe potuto incentrare i primi quindici minuti di un film su un personaggio che cerca disperatamente un bagno. E solo Gallo poteva mettere in scena un tipo così incasinato come Billy Brown, che non smette di sentirsi in prigione anche quando ne è uscito. Il bowling è stato per molto tempo l’unica ancora di salvezza dalla grigia esistenza familiare, ed è proprio nella sala da bowling, nell’unico posto che sente veramente come casa, che il ragazzo inizia a prendere coscienza del sentimento per Layla. Ma non è solo Billy una vittima della società: in Buffalo ’66 tutti i personaggi fanno i conti con la propria solitudine, compresa la protagonista femminile, quella ragazza bionda un po’ grassa, vestita con cattivo gusto, che vede nel nevrotico Billy l’uomo perfetto. Stupisce che questo quadro deprimente si tinga di toni così dolci e vibranti nella parte finale: Buffalo ’66 non vuole solo raccontare la triste storia di una solitudine, ma quella di due solitudini che si incontrano, si riconoscono e si salvano a vicenda. Insomma, una storia d’amore che redime, che salva, che cambia la vita, perché ci sono legami che non si possono ignorare, per il semplice fatto che ci rendono migliori.

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