Etichetta indipendente, autonomia creativa, insomma un “gruppo-azienda” gli Afterhours, che raggiunto il traguardo del decimo album, Padania, si prendono la licenza di accantonare le major per autoprodursi con libertà e pienezza d’intenti (che sia a questo punto della loro carriera un’operazione ben poco rischiosa è un eufemismo, ça va sans dire).
A quattro anni da I milanesi ammazzano il sabato, passando per l’esperienza sanremese traboccante di senso civile de Il paese è reale e le note trasferte statunitensi, Manuel Agnelli e compagni ci propinano le consuete pillole di saggezza, alternando la critica sociale di Io so chi sono ad amare espressioni di angoscia esistenziale («ho già un anno in più, un se in più», da Metamorfosi); nel mezzo, una serie di ballate dal respiro più classico (Nostro anche se ci fa male, La terra promessa si scioglie di colpo), contrappuntate dalla desolante alienazione dalla title-track, in cui ci si arrovella nichilisticamente con grande efficacia, fino a non ricordare più «cos’è che vuoi». Il tipico taglio stilistico autoreferenziale della band trova qui un nuovo compromesso con la generalizzabilità, ed Agnelli, come mai al livello lirico, dimostra una maggiore attinenza vocale con Diamanda Galas rispetto all’inarrivabile Stratos (che egli stesso ha interpretato in Lavorare con lentezza, pellicola del 2004 di Guido Chiesa). Eppure l’incipit di Metamorfosi ha una inequivocabile matrice Area, per lo meno prima di esplodere granitica tra fischi e clangori distorti, perché Xabier Iriondo, per il cui ritorno l’entusiasmo ha superato di gran lunga quello per la proposta musicale in sé (in cui tra l’altro ha avuto pochissima parte), gli strumenti se li costruisce a casa.
Una delle rare novità dell’album è il violinista Rodrigo D’erasmo, a cui spesso viene affidata la melodia (Iceberg è un caso fra questi); ciononostante, a proposito del futuro più prossimo, gli Afterhours dicono di se stessi: «come band possiamo cambiare le virgole, pubblicare bei dischi, ma forse avrebbe più senso dividerci, fare altro». E non si può che essere d’accordo dal momento che, per Padania, l’impressione è quella di un lavoro che si colloca nella fase discendente della loro parabola, di un sound superato, morto e sepolto, sebbene proposto con presuntuosa ostinazione, anche a fronte di testi all’insegna del qualunquismo più spicciolo nel loro intento pedagogico (vedi Spreca una vita). Aspettiamo dunque di sentire in cosa si evolverà questo pezzo di storia della musica italiana: per il momento, La tempesta in arrivo resta solo un proclama.
