Alexander Sokurov – Faust

Lo stesso Goethe definì il Faust opera incommensurabile, che iniziò a scrivere all’età di diciannove anni e alla quale lavorò per tutta la vita, arrivando ad una versione definitiva solo nel 1831, pochi mesi prima della sua morte. Esso rappresenta il simbolo universale dell’anima lacerata dall’eterno conflitto tra il bene e il male, tra la possibilità di una salvezza e l’inevitabile dannazione.

Il filtro di giovinezza goethiano trasferisce il suo fascino attraverso la trasposizione cinematografica dell’opera di Sokurov, vincintore del Leone d’oro alla 68esima mostra di Venezia. Il film trae liberamente ispirazione dal Faust di Goethe e ne rovescia la complessa prospettiva teatrale dello scrittore romantico tedesco. Il regista russo ci mostra un cuore strappato dalle viscere di un corpo umano, ed è proprio dalle viscere che inizia l’opera sokuroviana: dal cuore umano.

Faust va alla ricerca dell’anima, almeno ci prova, mentre il diavolo lo seduce. Goethe ci avverte, mentre Sokurov ci espone ad occhi aperti, uscendo così dalle righe della scrittura, evocando il visivo e l’assenza del sacro. Il tempo sokuroviano è veloce, accelera con maestria, mentre quello di Goethe si riversa su intere pagine e pagine: una polifonia di versi goethiani che si traducono in un montaggio filmico sokuroviano simultaneo. Faust (Johannes Zeiler) nel film sembra aperto alla tentazione e non ne sfugge anzi ne è compiacente, mentre il diavolo (Mefistofele, mai nominato) si veste nei panni di un usuraio e insieme vagano, salgono e scendono per l’intera pellicola cinematografica. Il diavolo ci appare più umano che mai, sporco, sudicio, storpio, addirittura carnevalesco, ed è l’unico che sembra condividere i dubbi esistenziali di Faust. La coppia se ne va tra bettole, case povere e ricche, foreste, tra mercanti, soldati, gentildonne e gentiluomini.

Faust cerca il desiderio carnale della materia e del corpo. Cibo e donne sono gli ingredienti essenziale della terra faustiana e il suo diavolo fa di tutto per assecondare questa fame di abbondanza. Poi arriva sulla scena come un bagliore di luce la giovane Margherita (Isolda Dychauk) per la quale Faust perde la testa («il rosso delle labbra, lo splendore delle guance, non li dimenticherò per tutti i giorni del mio vivere in terra…»). La ragazza rappresenta l’intelligenza della bellezza, della filosofia, l’essenza della donna che con potenza sovrasta spesso l’ingenuità infantile di Faust. Il primissimo piano di Margherita pone lo spettatore al cospetto di una luce che irradia l’intero film alla ricerca di quell’anima venduta al diavolo siglato dal patto di sangue. Per Faust, Margherita rappresenta la sua voglia di “p-ossessione” e desiderio carnale. Il grigio-verde del cinema-poesia di Sokurov contiene la carne dell’uomo, il piacere di raggiungere Margharete, ma la realtà sebbene apparente, contiene quel senso metafisico tarkovskijano dello specchio (Zerkalo). Il Faust dilegua l’usuraio luciferino (Anton Adasinsky) e scorge l’orizzonte meraviglioso composto di giochi di colori che transitano da uno stato di consapevolezza ad uno sciogliersi verso quell’immaginazione: essenza straordinaria del cinema.

Faust non si salva, forse perché in fondo non c’è salvezza. Il film nasce dalle viscere dell’uomo per poi ritornare alle viscere profonde della terra. Sokurov mette in scena il dramma, lo scopre, lo tocca, mentre lo spettatore, di fronte all’incantevole paesaggio, si immerge e si scioglie in un mondo quasi onirico, lasciando che l’anima segua quel candore, lo stesso dei capelli color miele-oro di Margherita che incarna l’anima del film, il volto del paesaggio.

Lo spazio si distorce nel seguire il tempo e Faust sfida il cielo, ma allo stesso tempo è uomo. I personaggi parlano e parlano, si muovono e corrono in fretta, muoiono in fretta (il cadavere di Valentino, Florian Brückner) e desiderano in fretta. Il Faust è un film fisico, corporeo in continua mutazione e acquista nel suo montaggio un valore polimorfico, scoprendo così una serie di livelli del corpo in tensione con il mondo.

Il Faust rappresenta l’ultima parte della tetralogia sulla natura del potere di Sokurov, che inizia con Moloch (1999) e prosegue con Taurus (2001) ed infine con Il sole (2005). Ciò che lo contraddistingue è quello di trarre il suo personaggio da un’opera letteraria, mentre i suoi predecessori hanno come protagonisti soggetti realmente esistiti (Hitler, Lenin e Hirohito). Il poema di Goethe è un’opera incommensurabile e Sokurov ha incommensurabilmente accettato la sfida, consegnando un suo punto di vista con un lavoro muscolare e una traduzione corporea perfetta. Faust è materico e sorprendente, nordico come le opere di Bruegel e di Bosch, come una fiaba anche se meno innocente. Una cavalcata verso la tragedia è quella che compie Sokurov, con l’immagine del cratere acquatico che continua ad esplodere elevandosi a potenza, così come l’emozione stessa dello spettatore. Faust si riempie di sguardi che si poggiano con delizia su un paesaggio che sconfina verso l’oltre e ci conduce lontano conservando i corpi e sbarazzandosi dell’anima. Il “prologo” goethiano diventa un “prologo” sokuroviano tessuto cinematograficamente, dal corpo del testo di Goethe al corpo a corpo di Sokurov con il testo.

Il film stesso sembra essere un corpo mutante in continuo conflitto. Questo è il fascino del cinema-poesia, di un cinema che sa narrare la grande tragedia teatrale che chiamiamo vita, con retaggio romantico caro a Goethe e alla sua incantevole letteratura. Il Faust è un film che cerca dallo spettatore qualcosa in cambio, forse la sua anima.

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